Costruiamo un pozzo in Uganda

Progetto MARIArte

 

PROGETTO POZZO DELL'ORGANIZZAZIONE

COMBONI SAMARITANS OF GULU Uganda

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Referente: sr. Fernanda Pellizzer Missionaria Comboniana

GULU ARCHDIOCESE  P.O. BOX 963 - GULU

E-mail: fernandapellizzer@yahoo.com

 

Coordinate bancarie: c/c n. 7021032019301 suift :SBICUGKX  presso Stanbic Bank - Gulu Branch - Uganda

 

Uganda

Uganda: breve profilo

L'Uganda si trova al centro dell'Africa nella regione dei Grandi Laghi. La sua superficie è due terzi di quella italiana, con una popolazione di 24 milioni di abitanti. Il tasso di crescita è circa del 3%, mentre l'aspettativa di vita supera di poco i 40 anni.

Il Paese nasce all'epoca coloniale, quando si mettono insieme diversi gruppi etnici, circa  40,  con storia, lingue e culture completamente diversi.

Il nome Uganda significa la terra dei Baganda,  la tribù più consistente numericamente e situata nella zona della capitale. 

L'indipendenza arriva nel 1962 e l'attuale governo è una Repubblica Presidenziale.

Dal 1986 Museveni è alla guida del Paese.

Situazione socio-politica

La popolazione è un grosso miscuglio di razze, lingue e culture. Impressionano il visitatore i colori e la vitalità che si respira. È un  paese dal volto giovane e, quindi, prevale  la voglia di vivere, la capacità di saper celebrare la vita, l'ottimismo nel futuro. La gente è molto cordiale, accogliente e, come in molte Culture Africane, mette al centro della vita la persona e il suo valore. Questo lo si vede bene nelle relazioni umane, dove sono particolarmente raffinati e sofisticati.

Tra gli Acholi,  per esempio,  esiste un Rito sulla Riconciliazione considerato dagli antropologi uno dei più interessanti a livello mondiale, perché culmina con la risoluzione permanente del conflitto e la guarigione delle persone coinvolte.

Importante è anche la creatività con cui ci si ingegna in situazioni difficili, la pazienza nelle avversità e il coraggio con cui si affrontano i momenti difficili. Tipico è il sorriso delle persone e la fronte alta, anche nelle tragedie. 

Dice un'espressione acholi: "La zanna di un elefante è molto pesante, ma non uccide mai il suo proprietario", questo a significare che esistono in noi le energie sufficienti per far fronte alle sfide della vita.

Molto interessante la sapienza di questi popoli, che hanno saputo costruire un contesto sociale dove tutti hanno diritto ad essere accolti e fiorire, pur con i loro limiti e i loro tempi.

Competitività e produttività qui lasciano il posto al valore unico e irrepetibile di ogni persona. La vita poi delle persone, dei gruppi  è  in forte sintonia con la natura e il cosmo.

 Il Paese è stato creato sulla carta, al tempo coloniale e vi è stato nella popolazione il lungo travaglio di costruire una storia comune, senza averlo scelto e di darsi, quindi,  una identità nazionale.

Il periodo post-coloniale è stato alquanto turbolento per il susseguirsi di dittature militari, che sono state caratterizzate da violenza, violazioni dei diritti umani e impoverimento sociale.

Con la presa al potere di Museveni  nel 1986, inizia una nuova pagina di storia, caratterizzata da ripresa economica, riorganizzazione dello Stato, cammino verso la democrazia. Riprendono scuola e sanità, viene varata una costituzione, si indicono pubbliche elezioni. Ma  non mancano presto le delusioni: i diritti civili cominciano ad essere calpestati, ormai la democrazia è un pallido ricordo. Nel prossimo mese di febbraio ci saranno le elezioni presidenziali, che con ogni probabilità vedranno vincente di nuovo l'attuale presidente, che in questi anni ha sistematicamente messo fuori gioco gli avversari politici.

Il Paese, in questi anni, si costruisce uno dei più forti eserciti e gioca un ruolo determinate nelle guerre interne di Rwanda, Burundi, Sud Sudan e Congo.

Nel Nord scoppia una rivolta interna che si protrae fino ai nostri giorni. Dopo 21 anni di conflitto il Nord è distrutto, piegato e la sua  tragedia è diventata una delle tante guerre dimenticate,ci sono pero' in atto da un po' di mesi dei colloqui di pace sostenuti dal Sud Sudan che danno tanta speranza anche se il loro prolungarsi porta nuove preoccupazioni

Brevi cenni storici

La regione Acholi dell'Uganda si situa  nel Nord del paese verso il confine con il Sudan. La città più importante è Gulu.

È una regione vasta quanto la Lombardia ed è abitata da circa 1.900.000 persone appartenenti al gruppo etnico Luo, gli Acholi.

È un vasto altipiano, caratterizzato da una savana fertile, grazie alle piogge abbondanti. Tradizionalmente l'attività prevalente era l'agricoltura e la pastorizia, che consentivano una vita dignitosa a questa popolazione fiera e intraprendente.

Dotati di intelligenza vivace e creativa, gli Acholi hanno sempre dimostrato interesse verso il nuovo e, negli anni '70, avevano le scuole migliori del Paese.

All'interno del Paese, hanno avuto vita difficile e le varie dittature, che si sono susseguite nel Paese, li hanno percepiti come minaccia e cercato, quindi, di eliminarli. È per questa ragione che oggi molti di loro si trovano all'estero, dove hanno anche ruoli di prestigio. 

Ma da 21 anni la regione del Nord Uganda è sconvolta da una guerra lunga e logorante. Il bilancio è particolarmente drammatico, tanto che la situazione è stata definita una delle più gravi crisi umanitarie oggi nel mondo.

Come già accennato l'attuale Presidente Yoweri Museveni è salito al potere nel 1986  e tuttora mantiene il potere, grazie al forte appoggio dell'esercito.

Sin dall'inizio al suo governo si oppose un gruppo di persone appartenenti alla tribù Acholi del Nord Uganda,  che confluirono poi in una Organizzazione che si fa chiamare Esercito di Resistenza del Signore (LRA).

Sono ormai molti anni che questo raggruppamento di ribelli porta distruzione e morte proprio tra le popolazioni che dice di voler rappresentare ed è attivo soprattutto nei distretti settentrionali di Gulu e Kitgum.

Si caratterizzano per la spietata devastazione e saccheggio dei villaggi nelle zone rurali e per il sistematico rapimento di migliaia di giovani, ragazzi e ragazze, nei villaggi  e nelle scuole, per trasformarli in macchine da guerra e per abusarne in tutti i modi.

I pochi che riescono a sopravvivere e a fuggire, magari dopo un lungo periodo di schiavitù, raccontano tutti di aver subito orribili violenze e umiliazioni.

La violenza perpetrata nei confronti della popolazione civile ha raggiunto livelli di inaudita ferocia, arrivando perfino a costringere ragazzi ad uccidere i propri genitori, oppure mamme  costrette ad uccidere uno dei loro figli per poter salvare gli altri.

Il Governo, nonostante  il dispiegamento di vari contingenti militari, al fine dichiarato di contrastare ed eliminare un tale genere di guerriglia, e  malgrado gli accordi col Sudan, accusato in precedenza di fornire  appoggio logistico ai rivoltosi,  non solo non è finora riuscito a sconfiggere i ribelli ma, anzi, non di rado, le  operazioni militari dell'esercito regolare si risolvono in ulteriori violenze  contro la popolazione  civile  che  dovrebbero difendere: un esempio fra i tanti può essere quello riguardante l'utilizzo delle mine antiuomo che hanno mutilato ed ucciso un gran numero di bambini che li scambiavano facilmente per giocattoli.

Tutti i tentativi di mediazione  fatti sono miseramente naufragati. Nell'aprile 2005 il Presidente  Museveni ha dichiarato di non aver mai creduto ai colloqui di pace e che non ha più intenzione di concedere tregue al LRA (Lord's Resistance Army).

Questa dichiarazione allontana di fatto le speranze di pace e così questa guerra che è entrata nel suo 19esimo anno è destinata a durare ancora a lungo.

Quello che risulta incomprensibile è il fatto che l'esercito ugandese, considerato uno dei più forti del Continente Africano, composto di ben sessantamila effettivi con  aerei, elicotteri e molte decine di carri armasti, che ha invaso l'ex Zaire per impossessarsi delle sue materie prime, non riesca ad avere la meglio su un movimento di guerriglia che conta oggi circa 1500 effettivi, per la stragrande maggioranza bambini o poco più, privi di qualsiasi armamento pesante.

Sono in molti oggi a pensare che la guerra interna persiste perché funzionale alla politica, in quanto consente di giustificare le alte spese militari del Presidente Museveni (l'esercito ha avuto un ruolo determinante nelle guerre dei Grandi Laghi, come già accennato), ritarda il processo di democratizzazione, è più facile vincere le elezioni quando si è sostenuti da un esercito forte...

Conseguenze del conflitto

A parte le vittime dirette di questa violenza, la situazione di questo "stato di guerra permanente" ha come conseguenza una popolazione civile ridotta allo stremo, decimata dalla carestia e dalla fame (in un territorio la cui fertilità potrebbe dare più raccolti nell'arco dell'anno) dalle malattie e dalla povertà crescente.

Pochi centri sanitari funzionano; la maggior parte sono stati distrutti o sono chiusi. Anche in quelli funzionanti mancano a volte medicine e personale, mentre l'AIDS sta dilagando: quello di Gulu è uno dei distretti dell'Uganda con il più alto numero di sieropositivi.

La gente che vive nei villaggi e nelle campagne è quella che più si sente minacciata in questa situazione di conflitto e cerca rifugio, specialmente durante le ore notturne, spostandosi in quei luoghi ritenuti più sicuri o, quantomeno, meno violabili, quali il centro della città di Gulu, le Missioni o le varie sedi protette di qualche ONG.

Dormono sul pavimento, sotto le verande, a cielo aperto e, nella stagione delle piogge, non è difficile immaginare la drammaticità di questa situazione, soprattutto per la diffusione di malattie epidemiche, con le loro gravi conseguenze, in particolare sui bambini.

Ecco la testimonianza resa da una persona che, rientrata in Italia dopo una permanenza a Gulu, così racconta ciò che ha visto la notte all'Ospedale Lacor Hospital:

"Il silenzio è profondo, la notte è scura e mentre piove ci sono migliaia di corpi completamente bagnati, quasi tutti bambini, che cercano di dormire. Poi sotto una pensilina vedi una luce ed alcuni di loro, sporchi di fango e terra, malvestiti, senza scarpe, si contendono una debole luce per studiare sui loro quaderni con la copertina nera, stropicciati e bagnati (una delle poche cose che posseggono). Sono le tre della notte e l'emozione è forte, struggente. Penso ai nostri ragazzi in Italia nei loro comodi letti tra tutti i comfort possibili mentre qui nel cortile del St. Mary's Hospital Lacor ci sono queste creature, che come unici privilegi hanno la sicurezza di un posto che li protegge contro i guerriglieri e una flebile luce che consente loro di studiare. E pure il loro sguardo è luminoso, la loro dignità è regale, la loro fiducia incondizionata. Come è diversa la notte dei nostri ragazzi con la notte di queste creature!"

Anche la costituzione dei "campi profughi", voluti dal Presidente ugandese, il generale Museveni, i cosiddetti campi "protetti",  dove vivono 1.800.000 persone in condizioni sub-umane, praticamente più della metà del popolo Acholi, si è rivelata una soluzione terribile per la popolazione civile.

In realtà in questi campi la gente soffre la fame, non ci sono servizi sanitari, i bambini non possono frequentare la scuola, non c'è lavoro. E' come vivere una lunga e straziante agonia.

Il 27 agosto  2005 un comunicato delle Nazioni Unite dichiarava che  ogni giorno nei campi profughi  muoiono per denutrizione, malaria, sindrome da immunodeficienza acquisita (Aids) 1000 persone.

Al grosso problema alimentare e sanitario se ne aggiunge un altro, non meno grave, quello cioè della perdita dell'identità culturale.

Le persone, sradicate dal loro contesto, rischiano di perdere tutto il valore delle loro tradizioni e questa situazione è più drammatica per i giovani che stanno smarrendo ogni riferimento culturale ed etico.

Un antico proverbio africano così recita: "Un giovane che non conosce i suoi avi è come  una foglia che non sa di appartenere  ad un albero".

Suicidio, alcolismo, prostituzione giovanile, assunzione di droga sono i fenomeni allarmanti che stanno assumendo dimensioni sempre più vaste. Le persone sentono che non c'è futuro.

La violenza sistematica a cui è sottoposta la popolazione ha raggiunto livelli inauditi. Violenza di ogni genere: violenza fisica, violenza sessuale su donne e bambine, violenza psicologica, paura e insicurezza Questo posso testimoniare è il vissuto quotidiano della nostra gente.

Tutti i tentativi fatti per sollecitare l'autorità politica affinché  chiudesse questi campi profughi sono falliti e si ipotizza, a questo punto, che il Governo abbia un oggettivo interesse alla progressiva distruzione dell'etnia Acholi.

 

I Comboni Samaritans of Gulu

Il gruppo nasce nel 1992, come risposta dei laici impegnati della parrocchia di Gulu alla sfida dell'AIDS.

I malati erano molti, segnati da stigma ed emarginati dalla società, che li guardava  con paura e sospetto. Dapprima è solo  un piccolo gruppo di volontariato, che si impegna a visitare a casa i malati e sostenere la famiglia,  poi l'attività si struttura sempre  più.

Nel 1995 prende la guida dei Comboni Samaritans sr. Dorina Tadiello, missionaria comboniana e medico.

La situazione è gravissima: il Nord Uganda, a causa anche della guerra, aveva ed ha tuttora uno dei tassi di sieropositività più alti.

Tutta l'organizzazione e il lavoro vengono ripensati in funzione dei gravi bisogni emergenti.

 Il gruppo si amplia e  inizia a lavorare a tempo pieno, con vari servizi:

  • Cura e servizio del malato - Counselling, terapia antiretrovirale, cura domiciliare, corsi formativi e terapia di gruppo
  • Assistenza agli orfani - inserimento in nuove famiglie, aiuti materiali se necessari, assistenza per continuare gli studi, corsi formativi durante le vacanze
  • Prevenzione - programmi: " Educazione alla Vita" soprattutto per giovani, ma anche adulti
  • Cooperativa di lavoro per disabili e malati AIDS

Ora l'Organizzazione ha 65 persone che lavorano a tempo pieno, con varie qualifiche e un centinaio di volontari sul territorio.

Nato all'interno di una Parrocchia, ora è una Istituzione della Arcidiocesi di Gulu. Ha un Board of Directors, presieduto dall'Arcivescovo, con il compito di favorire e sostenere lo sviluppo del Gruppo e articolare i suoi servizi secondo i bisogni emergenti e chi cammina a fianco sostenendo soprattutto lo spirito e le motivazioni di questi laici è Sr.Fernanda Pellizzer missionaria comboniana subentrata a Sr.Dorina Tadiello.

Tutta l'attività sopra descritta è stata declinata in progetti:

  • Il Progetto  "Sostegno a Distanza" per i bambini,
  • Il Progetto di assistenza ai malati
  • Il "Progetto Memoria" genitori che lasciano uno scritto ai loro bambini raccontando un po' le loro origini per radicarli nella storia della famiglia
  • il Progetto "Educazione alla vita" per i giovani,
  • il Progetto "Vivere in positivo con l'AIDS" per i malati affetti da HIV/AIDS
  • il Progetto della Cooperativa per le donne sieropositive e per tutte le persone con handicap di vario tipo.

IL DRAMMA DELL'AIDS

Nel Nord Uganda, come del resto in tutti gli stati  dell'Africa  subsahariana, è molto alta nella popolazione l'incidenza di questa malattia, che sta creando problemi gravissimi.

Ecco alcune cifre: la diffusione dell'HIV/AIDS è esplosa provocando un aumento dei casi, che da meno di 1 milione dei primi anni ottanta sono arrivati a circa 30 milioni alla fine del 2006. Tra il 1990 e il 2006, il numero dei bambini resi orfani dalla malattia, sempre nell'Africa subsahariana, è aumentato da meno di 1 milione a oltre 12 milioni.

Quando l'HIV/AIDS entra in una famiglia infettando uno o entrambi i genitori, il tessuto stesso della vita di un bambino va in pezzi.

La perdita di un genitore implica molto più della semplice scomparsa di una persona che si prende cura di un bambino, perché pervade tutti gli aspetti della sua vita, dal benessere emotivo e la sicurezza fisica allo sviluppo mentale e alla salute in generale. Priva i bambini del diritto di vivere in un ambiente familiare. Implica la perdita di una parte della rete di sicurezza che protegge i bambini dalla violenza, dagli abusi, dallo sfruttamento. Nei casi più estremi i bambini possono essere totalmente privati del sostegno della famiglia e finire a vivere in strada.

L'alta percentuale di persone sieropositive sta creando problemi gravissimi nel tessuto sociale:

  • Adulti che muoiono e bambini soli
  • Persone malate, bisognose di cure
  • Un modo adulto che scompare, con risvolti drammatici sulla società civile

A questo dramma della malattia, nel Nord Uganda si deve aggiungere anche quello della guerra che da ben 21 anni insanguina il Nord del paese, con una violenza inaudita, perpetrata soprattutto nei confronti delle donne e dei bambini.

IL  PROGETTO 

Il contesto di estrema povertà e di sofferenza fan sì che ogni giorno alla nostra porta bussino tantissime persone.

I bisogni sono tanti, ma soprattutto due sono le tipologie di utenze: le persone malate, soprattutto quelle sieropositive all'HIV e i bambini, bambini spesso soli o con un solo genitore e la nostra attività si è dilatata in maniera vertiginosa sotto l'incalzare delle domande di aiuto.

La nostra attuale sede cerca di fronteggiare il gran numero di persone che si rivolgono a noi.

Attualmente abbiamo 65 operatori che lavorano a tempo pieno,il loro impegno e' soprattutto seguire i malati ed i beneficiari nella loro realta' dove vivono.

L'attività, soprattutto di counseling, dove le persone si possano sentire accolte, ascoltate, aiutate e dove il poter comunicare con loro e' nel rispetto della privacy.

Come si può ben immaginare le problematiche che si presentano agli operatori sono estremamente delicate, le persone affrontano drammi molto dolorosi e la prima attenzione che si è avuta è stata quella di preparare del personale ad hoc, che sia in grado di svolgere il proprio compito con professionalità, ma soprattutto con grande sensibilità e delicatezza.

Insieme all'attività di counseling, ora un'altra esigenza si è fatta avanti: quella di offrire cure mediche ambulatoriali alle persone che ne hanno bisogno.

Fino a qualche tempo fa i malati venivano mandati all'ospedale perché non c'è una struttura idonea per curarli,ma ora con un piccolo dispensario riusciamo a fare miracoli e tutte le opportunistiche non gravi le curiamo da qui,vengono riferiti i malati con situazioni all'ospedale, e anche questo ci carica di grosse spese perché le cure mediche non sono  gratuite.

Cio' che ci affligge e' la mancanza di acqua pulita vorremmo poter avere un pozzo per servire con efficenza e competenza tutta la gente che viene a noi e tutti quelli che lavorano nell'ambiente della nostra struttura.

Vorremmo poter trivellare un pozzo per avere acqua pulita e pompare l'acqua in una cisterna per servire un po' tutti i vari settori dove lavoriamo.

Il preventivo che abbiamo fatto per questo progetto ammonta ad Euro 12.000,00

Vorrei, prima di chiudere questo mio lungo scritto, poter ridire ancora una volta il dramma che si sta consumando qui nel Nord Uganda, tra l'impotenza di tutti.

Mi rendo conto che può sembrare quasi impossibile quanto sta succedendo, ma è tutto vero e io ho solo descritto per sommi capi la barbarie che sta avvenendo quaggiù. Vi accludo una lettera che è la vibrante e dolorosa testimonianza di una ragazza Acholi. Lettera che non ha bisogno di commento.

La nostra Organizzazione è per la gente di Gulu un segno di grande speranza e io sento profondamente la responsabilità che abbiamo di fronte a tanta sofferenza.

Grazie dal più profondo del cuore per quanto vorrete fare e il Signore benedica e sostenga il vostro impegno nei confronti di chi soffre.

Con stima e gratitudine

Sr. Fernanda Pellizzer

Kampala, 24 Dicembre 2005

                      

A Sua Santità Benedetto XVI.

Al Segretario Generale delle Nazioni Unite.

           

UNA TESTIMONIANZA DAL NORD UGANDA

Ho trascorso questi ultimi mesi con la mia gente nei campi per sfollati disseminati nella mia terra: Acholiland.

Una terra ormai morta senza più traccia di quei villaggi e di quelle coltivazioni che da sempre hanno rappresentato l'orgoglio e l'espressione della cultura contadina del mio popolo.

Ora la quasi totalità della popolazione, quasi due milioni di persone, e' rinchiusa nei campi per sfollati, ammassati gli uni sugli altri in promiscuità lì dove anni fa furono spinti in poche ore, a forza, per paura degli attacchi dei ribelli

Dove ognuno e' straniero per il proprio vicino.

Dove la vita non e' vita ma competizione durissima, giornaliera per sopravvivere.

Dove dignità, cultura, tessuto sociale e sopratutto quei valori morali che hanno costituito  il fondamento della nostra cultura sembrano persi per sempre.

Kalongo, dove io sono nata, e' una immensa bolgia infernale dove soffrono 45.000 anime il cui clamore non cessa neanche di notte.

La guerra un giorno finirà, gli Acholi usciranno dalla prigione dei campi, torneranno quasi da stranieri alle loro terre, se mai potranno riconoscerle dopo venti anni di assenza, ma specialmente i bambini, nati e vissuti nella realtà devastante dei campi, stenteranno a ritrovare le proprie radici culturali.

Durante il mio tristissimo pellegrinaggio nei campi, santuari della sofferenza, ho incontrato centinaia di donne: madri, mogli, vedove e figlie, ascoltando a lungo le loro testimonianze su quanto sta avvenendo al popolo Acholi.

La tristissima realtà è che il popolo Acholi sta morendo, nell'anima prima e poi nel corpo.

Sradicati a forza dalla propria terra, ammassati nei campi e lì dimenticati.

Martoriati dai ribelli e sottoposti a gravissimi abusi dei diritti umani da chi dovrebbe proteggerli.

Privati della propria cultura e della propria dignità, ridotti come sono allo stato di mendicanti in attesa della carità elargita dalla comunità internazionale.

Afflitti dalla povertà più disperante che impedisce di soddisfare anche i più elementari bisogni della vita quotidiana.

Nella paura costante di essere aggrediti dai ribelli e assistere al rapimento dei propri figli.

Ed infine testimoni impotenti del dilagante degrado morale che colpisce con particolare violenza le bambine che già dall'età di dieci anni, spinte dalla povertà e dai cattivi esempi, si vendono ovunque anche per un pacchetto di biscotti o un pugno di zucchero.

E questa e' la norma, non l'eccezione.

Le mamme, traumatizzate e inebetite da tanti anni di atrocità e sofferenze, ammettono che sono oramai incapaci di educare e controllare i propri figli perduti non si sa dove nei gironi dell'inferno dei campi e preda degli infami.

Ho voluto con forza, quasi senza pietà per il loro pudore ed i loro tabù, che le donne dei campi mi rivelassero queste miserie dell'anima e ho capito che hanno provato vergogna per questo.

Ma la vergogna e' per quanti direttamente o indirettamente responsabili di questa situazione, fanno finta di non sapere e tacciono, per paura, per moralismo o semplicemente perché ritengono di non dovere essere chiamati in causa.

Quelle donne, su mia richiesta, hanno parlato.

Ora attendono una risposta che, da parte mia non mancherà.

Questo e' il messaggio di chi guarda a voi come l'unica speranza.

Prisca Ojok Auma

 
 
 
 

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