Giornata Mondiale della Biodiversità 2019

Il 22 maggio 2019 ricorre la Giornata Mondiale della Biodiversità

 

“Biodiversità” è un termine divenuto ormai di moda e, per questo, sulla bocca di tutti.

Noi italiani abbiamo un’abilità tutta particolare nell’introdurre nella nostra lingua termini “brutalmente” tradotti da altri idiomi.

In questo caso, si tratta della traduzione del termine inglese biodiversity, ottenuto dalla fusione di biologicale diversity.

Una traduzione più efficace e maggiormente rispondente al significato originario del termine anglosassone sarebbe stata biovarietà.

Il termine diversity, infatti, è stato originariamente usato per far riferimento al concetto di varietà, pluralità, molteplicità, ecc.

Si può fare riferimento a tre tipi di biodiversità (Cunningham et al., 2004):

  • una “biodiversità genetica”, consistente in una misura della varietà di differenti versioni degli stessi geni entro le singole specie;
  • una “biodiversità di specie”, riconducibile al numero di differenti specie di organismi entro le singole comunità e i singoli ecosistemi;
  • una “biodiversità ecologica”, utile per valutare la ricchezza e la complessità di una comunità biologica, in termini di nicchie ecologiche, di livelli trofici e di processi ecologici che catturano energia, sostentano le reti alimentari e riciclano i materiali entro questo sistema.

Articolo 2 della Convenzione sulla Diversità Biologica adottata a Nairobi, Kenya, il 22 Maggio 1992 (aperta alla firma dei paesi durante il Summit Mondiale dei Capi di Stato tenutosi a Rio de Janeiro nel 1992): «La variabilità degli organismi viventi di qualsiasi fonte, inclusi, tra l’altro, gli ecosistemi terrestri, marini e gli altri ecosistemi acquatici e i complessi ecologici dei quali fanno parte; essa comprende la diversità all’interno di ogni specie, tra le specie e degli ecosistemi».

La biodiversità è costantemente minacciata.

 

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Giornata Mondiale della Biodiversità 2019

Giornata mondiale biodiversità 2019

L’estinzione delle specie è un processo anche naturale:

  • Nell’ambito del cambiamento evolutivo, infatti, alcune specie si estinguono e sono sostituite da altre specie, spesso dai propri discendenti…
  • Gli studi delle testimonianze fossili indicano che più del 99% di tutte le specie esistite sono oggi estinte.
  • La maggior parte di esse, inoltre, si sono estinte prima che l’uomo facesse la sua rumorosa comparsa sulla Terra.

Sulla base di dati del National Geographic Italia del 1999 (Leoni, 2007):

  • I estinzione di massa, 440 milioni di anni fa (Ordoviciano) sono scomparsi il 25% dei gruppi di viventi;
  • II estinzione di massa, 370 milioni di anni fa (Devoniano) sono scomparsi il 19% dei gruppi di viventi;
  • III estinzione di massa, 250 milioni di anni fa (Permiano) sono scomparsi il 54% dei gruppi di viventi;
  • IV estinzione di massa, 210 milioni di anni fa (Triassico) sono scomparsi il 23% dei gruppi di viventi;
  • V estinzione di massa, 65 milioni di anni fa (Cretaceo) sono scomparsi il 17% dei gruppi di viventi.

In condizioni “normali” (tra un’estinzione e un’altra) le diverse specie sono scomparse a una velocità di 2-5 gruppi ogni milione d’anni.

In generale, negli ecosistemi non perturbati, si stima un tasso di estinzione naturale di circa 1 specie perduta al decennio.

Gli impatti antropici sulle popolazioni e sugli ecosistemi hanno fatto salire in maniera considerevole il tasso di estinzione delle specie, facendo registrare un drastico aumento negli ultimi 150 anni.

Tra il 1600 a.C. e il 1850, infatti, le attività antropiche sono state responsabili dello sterminio di due o tre specie al decennio.

Secondo alcune stime, invece, oggi si registrano tassi pari a migliaia di volte quelli naturali.

I biologi della conservazione parlano di una vera e propria “sesta estinzione di massa”

Principali modalità con le quali l’uomo attenta alla biodiversità:

  • distribuzione dell’habitat
  • caccia e pesca incontrollate
  • prodotti commerciali ed esemplari vivi
  • lotta agli animali predatori e nocivi
  • introduzione di specie alloctone
  • organismi patogeni
  • inquinamento
  • assimilazione genetica.

La distruzione e la frammentazione dell’habitat (foreste, zone umide e altri ecosistemi biologicamente ricchi) suddividono le popolazioni in gruppi isolati maggiormente vulnerabili nei riguardi di eventi catastrofici.

Le popolazioni più piccole, infatti, si possono trovare nella situazione di non avere un numero di adulti riproduttivi sufficiente per essere vitali anche in condizioni normali.

Si pensi, ad esempio, alle migliaia di ettari di bosco distrutti dagli incendi di natura dolosa che tutte le estati trasformano la penisola italiana (e non solo) in un pullulare di focolai.

Anche l’incendio di un piccolo canneto ha delle gravi ripercussioni seppur nel giro di qualche anno la vegetazione tornerà praticamente come prima. Chi offrirà, riparo, nel frattempo, agli uccelli che prima vi trovavano rifugio?

L’uomo “ricava” dalla natura un’ampia varietà di prodotti commerciali.

Alcune forme di sfruttamento commerciale, purtroppo, sono altamente distruttive e costituiscono una grave minaccia a certe specie rare.

Nonostante le proibizioni internazionali del commercio in prodotti provenienti da specie in pericolo di estinzione, infatti, persiste il contrabbando di pellicce, pelli, corna, esemplari vivi e farmaci della medicina popolare.

L’Africa, da questo punto di vista è sempre stata considerata terra di conquista per i paesi occidentali.

L’uomo, nel tempo, ha provveduto a ridurre fortemente o addirittura a sterminare alcune popolazioni animali perché considerate pericolose per la sua incolumità o per quella del suo bestiame o perché competono con l’umanità per l’utilizzazione delle risorse.

Quanto è strano e bizzoso l’essere umano. In alcuni periodi, per esempio, provvede ad introdurre animali da cacciare in certe aree del territorio. Quando questi animali crescono troppo e iniziano a fare qualche danno ai raccolti, si passa alla fase di lotta e di sterminio. Si pensi ai cinghiali

L’introduzione di specie alloctone o esotiche in habitat in cui non sono indigene costituisce una delle più grandi minacce alla biodiversità.

Le specie alloctone, infatti, possono essere considerate come una forma di “inquinamento biologico” o di “inquinamento faunistico”.