Caro garantista,
Tortora-Franzoni, naturalmente, sono due vicende giudiziarie nettamente diverse.
Tu dici "il caso Tortora è, storicamente accertato ed anche processualmente appurato, un errore giudiziario di cui i giudici di allora non hanno mai pagato"....storicamente accertato...è questo "accertato" che manca nella vicenda Franzoni..per questo il "mio chiedere".
In riferimento ai neonati....all'aborto...alla maternità ad ogni costo..che dirti..è una realtà così sconvolgente...mi fa paura... e tanta paura.
Ho sempre detto e continuerò a dirlo che bisogna intervenire ,affrontare il problema alla radice e per questo va sostenuto il "movimento per la vita". Educare le nuove generazioni,star loro molto vicino sapendo ascoltare...i ragazzi hanno bisogno di dialogo,sereno dialogo,ma in questo mondo, ormai, si va solo "di fretta"...
E' un continuo correre e non ci accorgiamo che stiamo trascurando "la fragilità"dei nostri ragazzi ..e che non stiamo investendo per una umanità degna di essere tale.
Avrei ancora tanto da dire ....ma...
..solo questo, giusto per una riflessione
Durante la mia prima gravidanza il medico di famiglia mi fece fare alcune analisi del sangue...un risultato mi lasciò nel panico ..positività a un virus ...possibili conseguenze,alquanto gravi,a livello cerebrale del nascituro.
Consultai molti libri di medicina e mi resi conto della gravità... riuscirono a darmi la forza l'amore forte per il "mio piccolo" e la Fede
in Colui che tutto può.
Nacque un bimbo meraviglioso con un quoziente intellettivo superiore alla norma....
..vi rendete conto..?
La cosa che sempre mi ripeto è che, forse, non ero degna di "avere" un bambino con difficoltà.
Sì avete capito bene...
Ritornando a Tortora ho letto l'articolo consigliato dal criticologo e voglio ripetermi..
..ora il caro Enzo è vicino a Colui che è Amore ,Pace,Giustizia...
Esiste una "Giustizia Divina"..caro garantista io mi affido ad essa....e preciso che non confondo il garantismo con il buonismo.
Ciao
il criticologo | 23/05/08 10.56
il laico-garantista ha posto questioni delicate come l'aborto e l'opportunità di sanzionare chi è affetto da infermitù mwentale... sono convinto che il laico garantista, per la profondità delle questioni che ha posto, si riferiva proprio all'abuso che si fa dell'infermità mentale come strumento per raggirare le regole... del resto, l'italia è maestra nel raggirare, del tira-a-campare, nello svilirer l'autorità dello Stato... mi è molto piaciuta la frease del laico-garantista, sull'integrazione.... è proprio vero, non si può pretendere l'integrazione solo per motivi positivi, o per reclamare un diritto positivo, bensì l'integrazione (la vera integrazione) si ha sdoprattutto nell'adempiere a un dovere, nel rispettare le regole come tutti gli altri cittadini, (i romani dicevano: dura lex, sed lex)l'autorità dello stato deve garantire i diritti e ma deve anche far ispettare i doveri, gli obblighi.
complimenti al laico-garantista anche perchè ha affrontato un aspetto del casio tortora molto importante, e cioè l'indifferenza con cui il mondo cattolico liquidò l'uomo tortora e il suo caso giudiziario... non a caso gli unici che difesero ad oltranza il presentatore furono i laici radicali giudati dal grande marco pannella, il quale quando si trattava di difesndere i diritti fontamentali delle persone, si faceva sempre trovare in prima linea....
concordo con gidieffe: greenopoli è uno spazio della condiivisione, dove però i discorsi devono seguire un rigore logico e ragionato...
complimenti anche a questo misterioso laico garantista che ha posto all'attenzione dei greenopolini temi delicati e inusuali....
gidìeffe | 23/05/08 9.14
Signori: benvenuti a Greenopoli!
Su Greenopoli chiunque può esprimere la propria opinione e ragionare sulle questioni posta all'attenzione.
L'intervento del laico-garantist allarga gli orizzonti, pone questioni molto forti e delicate che richiedono una grande attenzione e delicatezza nella loro trattazione.
Per quanto riguarda il caso Franzoni, tanto si è detto, tantissimo si è visto in televisione.
Non conosco sufficientemente i fatti al punto tale da poter prendere una posizione chiara, perciò preferisco non esprimermi nello specifico. In generale, tuttavia, dico che è giusto che chi sbaglia deve scontare la giusta pena, anche e soprattutto quando il reato è commesso a danno dei più deboli e indifesi.
La questione delle persone affette da malattie mentali e che commettono reati? Troppo, troppo delicata e difficile per liquidarla in poche battute. Ci devo riflettere, riflettere, riflettere... Una cosniderazione, però la faccio subito: un aspetto che mi sembra centrale è la dichiarazione (o presunta tale) di in fermità mentale. Credo che no tutte le dichiarazioni di infermità siano vere e, anzi, si abusi di questo strumento per aggirare la giustizia!
un laico-garantist | 22/05/08 22.13
cara lina. non confondiamo il garantismo con il buonismo... io sono un garantista, per niente buonista... il caso tortora è, storicamente accertato ed anche processualmente appurato, un errore giudiziario di cui i giudici di allora non hanno mai pagato, anzi sono andati avanti in terimini di carriera con il meccamismo dell'anzianità... strano il mondo cattolico: per il caso tortora non ha mosso un dito, mentre per altri casi giuduziari più chiari, si prodiga nella difesa della maternità ad ogni costo.... quante mamme gettano il loro nascituro nell'immondizia? quante potenziali mamme uccidono il loro figlio prima che si formi in grembo? è proprio di questi giorni la sentenza di cassazione in merito alla colpevolezza di annamaria.... e poi, non capisco perchè un malato di mente che conduce una vita normale(quando vuole) non debba essere condannato per omiciio... è vero, va curato... ma la condanna penale secondo me va comminata uugualmente.. so di essere in controtendennza, però io non vedo la "diversità"... il malato di mente se commette un reato per me va trattato dalla legge, al pari di altri "normali" che la infrangono.... l'integrazione non può essere solo positiva, ma vale anche per il negativo...
con tanti saluti al doppiappesismo del cattolici di sinistra....
Lina | 22/05/08 15.09
Il mio pensiero va alla mamma Annamaria Franzoni..
chiedo ..e se fosse un caso analogo a quello del caro Tortora...?
Sono tante le domande che mi pongo...se ha ucciso (raptus)e ,quindi,non ricorda perchè sedici anni di prigione?...dovrebbe essere curata..!
Non posso pensare che Annamaria, sapendo di aver ucciso il figlio, continua a dichiarare la sua innocenza.
Cmq stiano le cose il mio pensiero è per i due figli....ma anche per lei.
il criticologo | 21/05/08 18.18
mi permetto di consigliare ai lettori di greenopoli quest'articolo che rende pienamente l'idea di ciò che ha sofferto il nostro caro enzo, e delle interpretazioni di ordine sociologico-politico che si possono avanzare su questo ignobile errore giudiziario accompagnato da una persucuzione mediatica ben studiata...
IL CASO TORTORA
LE VERGOGNE DELLA GIUSTIZIA
http://www.misteriditalia.com/altri-misteri/tortora/
Era un presentatore televisivo molto noto, molto quotato, un conduttore - come si dice oggi - da 28 milioni di telespettatori. Incarnava un certo perbenismo borghese e faceva un uso piuttosto lacrimevole – alla Raffaella Carrà dei giorni nostri, se vogliamo - del più potente mezzo di comunicazione. La sua figura pubblica, certamente, non era a tutti gradita.
Finì, all’improvviso, in un tritacarne allestito dalla procura di Napoli sulla base di un manipolo di "pentiti" che prese ad accusarlo di reati ignobili: traffico di droga ed associazione mafiosa. Con lui – prima che quell’operazione si sgonfiasse come un palloncino – finiranno nel tritacarne altre 855 persone
Il suo arresto fu un evento mediatico. Prima di trasferirlo in carcere i carabinieri lo ammanettano come il peggiore dei criminali e gli allestiscono una sorta di passerella davanti a fotografi ed operatori televisivi.
L’Italia si spacca letteralmente in due tra innocentisti e colpevolisti. E la stampa, dichiaratamente forcaiola, riesce a dare il peggio di sé.
E’ la quasi estate del 1983. Comincia il "caso di Enzo Tortora", vittima sacrificale degli isterismi e dei pressappochismi dell’antimafia.
Con Tortora la giustizia italiana fa un salto indietro di qualche secolo, coprendosi letteralmente di vergogna. Un gruppo di magistrati mostra i suoi lati più bui. Il presentatore televisivo viene tenuto in carcere per sette mesi, ottenendo appena tre colloqui con i suoi inquirenti. Gli indizi che lo accusavano sono debolissimi, praticamente inesistenti: oltre alle parole dei "pentiti", soltanto un’agendina trovata nell’abitazione di un camorrista. Un nome scritto a penna e un numero telefonico. Solo dopo lungo tempo si saprà che quel nome non era "Tortora", ma "Tortosa" e che il recapito del telefono non era quello del presentatore.
Nel giugno del 1984 Enzo Tortora – nel frattempo divenuto il simbolo delle tragedie della giustizia italiana – viene eletto deputato europeo nelle liste dei radicali che ne sosterranno sempre le battaglie libertarie.
Il 17 settembre 1985 (ad oltre due anni dall’arresto) Tortora viene condannato a dieci anni di galera. Nonostante l’evidenza, le accuse degli 11 "pentiti" (definiti da un giornale "la nazionale della menzogna") hanno retto al dibattimento.
Con un gesto nobile, l’ormai ex divo della TV – protetto dall’immunità parlamentare - si consegna. Resterà agli arresti domiciliari.
Il 15 settembre 1986 (a più di tre anni dall’inizio del suo dramma) Enzo Tortora viene assolto con formula piena dalla corte d’Appello di Napoli.
Il 20 febbraio 1987 torna sugli schermi televisivi.
Il 17 marzo 1988 Tortora viene definitivamente assolto dalla Cassazione.
Il 18 maggio 1988, stroncato da un tumore, Enzo Tortora muore.
Resterà per sempre il simbolo di una giustizia ingiusta. Che di macroscopici errori, dopo di lui ne commetterà – purtroppo – ancora molti.
gidìeffe | 21/05/08 13.22
In difesa di Enzo Tortora
Signor Presidente della Repubblica, non le sottopongo il caso di un mio collega, ma quello di un cittadino. Non auspico un suo intervento, ma non saprei perdonarmi il silenzio. Vicende come quella che ha portato in carcere Enzo Tortora possono accadere a chiunque. E questo mi fa paura. (...)
Tortora è denunciato da un tale Pandico che fa il suo nome dopo tre interrogatori: guarda caso, un personaggio così popolare non gli viene in mente subito. Le conferme vengono da un certo Barra, conosciuto nell'ambiente come "O' animale": è lui che parla dello "sgarro", e che fa andar dentro il sindaco D'Antuono, rilasciato poi al trentanovesimo giorno di detenzione per mancanza di indizi. (...)
Gli avvocati che difendono il presentatore non hanno potuto leggere neppure i verbali degli interrogatori del loro assistito; ci sono periodici che hanno pubblicato i testi delle deposizioni dei due camorristi accusatori.Chi glieli ha dati? Ogni mattina, la stampa, ha ricevuto la sua dose di indiscrezioni: Tortora fu iniziato col taglio di una vena, Tortora ha spacciato droga per 80 milioni e non ha consegnato l'incasso, Tortora ha riciclato denaro sporco, Tortora era amico di Turatello: smentisce la madre del bandito, smentisce, ed è a disposizione, il suo braccio destro. Nessun segno sui polsi. Ma ci sarebbe la conferma di una "contessa": che non può testimoniare, perché, guarda caso, è morta. C'è la prova che dovrebbe mettere in difficoltà Tortora: una lettera di Barbaro Domenico per dei centrini andati perduti alla Rai. Esiste un carteggio tenuto dall'ufficio legale della Tv di Stato, ma non significa nulla. Conta, invece, la parola di due assassini.
Poi ci sarebbe l'altro seguace di Cutolo, che messo in libertà avrebbe dovuto far fuori il compare Tortora che ha tradito, tanto è vero che ha scritto il nome dell'autore di "Portobello" nella sua agenda che è come se Oswald avesse segnato sul calendario: "Mercoledì: sparare a Kennedy". E' pensabile che i misteriosi tipi che stanno sconvolgendo la nostra vita, per far fuori uno (...)abbiano bisogno di aspettare che un detenuto torni in circolazione? Si ha l'impressione che, dopo aver messo le manette a Tortora, si stiano cercando le ragioni del provvedimento. (...)
ENZO BIAGI
il criticologo | 17/05/08 11.13
se il nostro caro enzo ci chiese "dove eravamo rimasti", io molto più umilmente chiedo "dove siamo arraviti",,,, da quel 1986, l'italia ha percorso tanta strada, ha visto interi sistemi politici crollare, come un gigante dai piedi di argilla... ha visto tante lotte sociali per una migliore prospettiva, havisto tante persone impegnarsi in modo civile per la causa dell'Italia, ha visto tante corruizzioni malavuitose che hanno avvilito la causa dell'italia; ha visto tante incapacità organizzative di chi è stato chiamato a svolgere la funzionwe di amministrare, dare un indirizzo politico, affermare la priorita della res-publica sulla res-privata... ma riguardo alla giustizia, al sistema di accertamento della verità processuatle, alla certezza di una pena giusta, alla sostenibilità di un sistema carcerario al collasso perchè troppo spesso usato troppo facilmente, riguardo al sistema giustizia e al rapporto difficilissimo tra quest'ultima e la politica dove siamo arrivati? cosa pè cambiato rispetto al caso tortora? siamo andati avanti o indietro? penso che la lentezza dei processi, l'eccessiva burocratizzazione dell'apparato giudiziario, l'elevata produzione legislativa con la formulazione di leggine utili solo a complicare il funzionamento del sistema, l'impunibilità per gli eventuali errori commessi dai giudici, la mancata separazione delle funzioni giudicanti da quelle accusatorie, la ribalta mediatica cosi tanto inseguita da certi pm, tutte queste realtà istaurano un sentimento di diffidenza dei cittadini verso un sistema fondamentale per la vita di uno Stato, come quello della Giustizia... dal caso Tortora, dovevamo imparare molte cose riguardo la necessità di implementare principi garantisti, come recita la nostra Costituzione. DAL GARANTISMO COME SISTEMA CULTURALE ENZO TORTORA NON è STATO DIFESO, SPERIAMO CHE LA SUA UMANA SOFFERENZA POSSA ESSERE DI STIMOLO PER UNA GIIUSTIZIA PIU' GIUSTA E GARANTISTA.....
il criticologo | 14/05/08 18.48
il caso Tortora rappresenta una delle prime tragedie giuduiziarie avutasi in italia.... era il 1986, l'italia aveva da poco attraversato gli anni di piombom culminati con l'assassinio del presidente Moro, un paese ancora, e per lungo tempo, ingabbiato nella spaventosa e costosa logica dicotomica socialismo-capitalismo, dove il partito interclassista, moderato e cattolico, la DC, rappresentava un riferimento stabile ma logorato dalla lunga e non sempre limpida gestione di un sistema di potere, che vedeva l'organo guidiziario (la magistratura) estraneo.... infatti fino ad allora il potere giudiziaio esercitava le sue funzioni in sordina, senza la piacevole ribalta mediatica di oggi, e influenzato com'era dalla incontrovertibile egemonia che la sinistra ha esercitato negli ambienti della cultura nazionale....
enzo tortora pagò per uno sbaglio mai commesso, pasgò con la vita un errore compiuto da altri uomini... pagò per sistema che allora comiciava a dare i oprimi segni di decadimento.... pagò ingiustamente, a differenza di chi effettivamente sbagliò a leggere le carte nei processi e mai pagò....
ero piccolo all'epoca del caso tortora e la mia condizione mi faceva trascorrere molto tempo davanti alla tv... e già allora non mi spiegavo come un gentiluomo colto e sottilmente ironico, di grande spessore civile e morale, potesse finire vittima di un giustizialismo che lo costrinse ad apparire in video ammanettato: una vicenda che ha delle forti equipollenze con lo staliniano giustizialismo dei famigerati processi-farsa; di un giustizialismo che poi quattro anni dopo, riappare in una forma più sistematica all'epoca di tangentopoli (raul gardini, bettino craxi e molti altri hanno fatto la fine di tortora); di un giustizialismo, caro professore, che ancora oggi è presente nella cultura giuridica italiana e che al momento occupa cospicui seggi nel nostro parlamento.... quando, dopo il tragico ed assurdo caso giudiziario, tortora riappare in video con portobello, non era più lo stesso, dietro la sua famosa frase "allora, dove eravamo rimasti?" si celava una grande spfferenza interiore, un dolore intimo e cocente che ha condotto il caro enzo alla morte.... per non dimenticare e per andare avanti a testa alta, ciao enzo.....
Lina | 09/05/08 10.48
Sul caso Tortora so ben poco ..leggerò il libro.
Non è più con noi il caro presentatore,ma sono sicura che ora è vicino a Colui che è Amore,Pace,Giustizia...
....voglio però precisare che non me la sento di condannare nessuno..siamo "miseri uomini"...
gidìeffe e Mary | 08/05/08 13.01
Prefazione di Silvia Tortora al libro "Cara Silvia. Lettere per non dimenticare", Enzo Tortora, Marsilio Editore.
Sono nata nel novembre 1962. Quando hanno arrestato mio padre, il 17 giugno 1983, avevo ventun anni e frequentavo l’Università. Adesso ho quarant’anni, due figli, Philippe e Michelle, e due nipoti, Beatrice e Costanza. L’Università non l’ho mai finita. Mio padre non ha potuto conoscere nessuno dei suoi nipoti. Quando è morto, il 18 maggio 1988, aveva solo cinquantanove anni. La sua vita si può descrivere con un prima e un dopo. La linea di confine è rappresentata dal giugno 1983. Prima di allora Enzo Tortora era un giornalista e presentatore televisivo. Un grande presentatore televisivo. In pratica era uno dei «quattro moschettieri» della tivù. Gli altri erano Mike Bongiorno, Corrado Mantoni e Pippo Baudo. Tortora aveva uno stile particolare: poteva piacere da morire o dare sui nervi. Era colto e amava dimostrarlo, usava i congiuntivi e amava sottolinearlo. All’epoca del suo maggiore successo televisivo, Portobello (1977-1983), ero adolescente e quel programma pieno di gente comune e buoni sentimenti non lo potevo soffrire. Con papà avevamo degli scontri «ideologici»: lui amava tutto quello che io, allora, non potevo sopportare. Amava una certa idea nostalgica di Patria, gli piacevano i carabinieri, la bandiera, i bersaglieri, i vecchietti che parlavano della guerra. Insomma, cose «borghesi». Lui era amico del commissario Luigi Calabresi. Io, stupidamente, credevo che fosse giusto «tifare» per quelli che lo giudicarono un assassino dell’anarchico Pinelli. E così mi beccai il primo, e unico, schiaffo della mia vita. Per papà, insomma, ero troppo «estremista»: amavo Renato Zero, mettere gli zoccoli ai piedi, e tutto quello che aveva a che fare con la «sinistra». Quando mi portava a pranzo fuori e mi parlava di semiotica, io leggevo, sfrontatamente, sotto il tavolo l’«Intrepido» o il «Monello». Poi, nel giugno 1983, mio padre si è trasformato. O meglio, lo hanno trasformato: in un mostro. Camorrista, spacciatore di droga, maschera di perbenismo che cela mille turpitudini. Ma non era vero. E aggiungo, a vent’anni di distanza, purtroppo. In questo Paese, infatti, delle persone perbene non si ha paura né rispetto, dei mascalzoni sì. Quando gli mettono le manette ai polsi, Tortora comincia la sua seconda vita. E io capisco di volergli davvero molto bene. Non era più l’uomo da dividere con 28 milioni di italiani teledipendenti, ma un padre cui era capitata una mostruosità. Mai vista un’accusa così infame su un individuo tanto sbagliato. Tortora era uno che non fumava, non «tirava» e alle nove di sera andava a letto con un libro di Karl Popper. Uno noioso, che non aveva società all’estero, non evadeva il fisco, non frequentava i vip e neppure le ballerine. Uno fuori tempo. Ma che adesso farebbe la differenza. Nello spazio di una mattina, quel 17 giugno 1983 scoprii di avere per padre un criminale. Questo raccontavano i giornali, scrivendo di patti di sangue, santini bruciati, traffici di droga, armi... Insomma roba da ridere, ma in realtà ci fecero piangere. E molto. Da quando lo arrestarono fino alla sua morte ci siamo sempre scritti. Ma ci siamo soprattutto capiti di più. Lui meno certo delle sue sicurezze, io meno critica nei suoi confronti. A cementare il nostro rapporto la valanga di fango che gli rovesciavano addosso i suoi colleghi giornalisti. Che per un periodo furono anche miei. La mia «missione» era dargli coraggio e stimolare la sua reazione. Non era facile, non fu affatto facile, molti imbecilli cercarono di distruggerlo con il solo presupposto che fosse un uomo antipatico e di grande successo. Amici e parenti (tra tutti la sorella Anna) lottarono come leoni per dimostrare l’assurdità delle accuse. Moltissimi estranei se ne resero conto dal primo istante. È una parte d’Italia alla quale sono molto legata: quella delle persone perbene. Le lettere che Tortora scrisse a me, ai suoi cari, rappresentano un modo onorevole di restituirgli la parola. Non sono tutte, ma una selezione, e alcune sono già uscite sul settimanale per il quale ho lavorato una decina di anni e che non c’è più, «Epoca». Ebbero un gran successo, e molti, attraverso di esse, capirono di che pasta era fatto quell’uomo che avevano visto in tivù, con o senza manette. Riproporle oggi ha un valore simbolico e un solo obiettivo: ricordare. La memoria dei fatti da cronaca si fa storia, non ricordare non significa vivere meglio, ma più semplicemente, far finta di non aver vissuto. Non credo che un Paese civile possa permettersi il lusso di rimuovere. Ci sono molti modi di ricordare. C’è chi lo fa con le celebrazioni, chi con la protesta, chi con le opere, chi con la preghiera. Un detenuto di nome Salvatore scrisse a papà, poco dopo il suo ingresso in carcere, una lettera bellissima. La troverete in apertura di questo libro. Le parole che mi toccarono di più erano queste: «... la giustizia di Dio c’è. Solo che cammina più lenta. Ma più giusta». Io non so pregare, ma ringrazio tutti quelli che lo hanno fatto, per noi, in questi lunghi anni. Dopo la lettera di Salvatore, troverete le lettere di papà, scritte in varie occasioni della sua «seconda» vita, dal giorno in cui entrò in galera, a Regina Coeli, quasi fino al giorno della sua morte. Naturalmente, una volta riacquistata la libertà, Tortora era libero di telefonare, e lo faceva spesso, più volte al giorno. Ma è sulla carta che ha lasciato la testimonianza più bella e forte della sua dignità. Le lettere di mio padre non possono essere impugnate da nessuno come un’arma, né come una bandiera. Sono lettere che possono essere dedicate a tutti quelli per i quali vale la pena lottare: gli «ultimi», gli anziani, i bambini, gli onesti, e tutte quelle persone che non possono far sentire la loro voce. Sono tanti, la maggioranza. Ed è per loro che Enzo Tortora ha lottato. Mio padre, pur innocente, ma preferiva definirsi «estraneo», si fece la galera e gli arresti domiciliari. Si dimise dalla carica di parlamentare e si fece sconfiggere solo dal cancro. Da allora Enzo Tortora non è più un ricordo personale ma un «caso giudiziario», della cui gravità sanno bene milioni di italiani. Enzo Tortora è diventato il più forte paradigma della parola «ingiustizia» in Italia. Un’ingiustizia così, io, non l’ho mai vista. E ogni volta che il suo nome viene tirato in ballo, guardo molto attentamente la faccia, e la bocca, di chi lo pronuncia. Alcuni possono essere dei mascalzoni, cui non vale la pena rispondere, ma molto più spesso, non ho dubbi, sono persone perbene come lui. E li ringrazio.
Consiglio vivamente a tutti la lettura di questo libro. Io e Mary l'abbiamo letto in un attimo, e vi devo confessare che non siamo riusciti a trattenere le lacrime... per la rabbia, per la tristezza, per lo sconforto, per l'assurdità della situazione. Ma quale mente malata ha potuto pensare che Enzo Tortora, il mitico presentatore di Portobello, potesse essere un camorrista, un venditore di droga, un delinquente... Ah povera Italia...