Se le tieni troppo strette finirai per soffocarle.
La cosa migliore da fare è farle volare in libertà.
Giovanni De Feo
Commenti
Pagina
lina | 24/07/09 12.33
La mia idea di creare un sito di medicina è miseramente fallita.
Non sempre le idee possono spiccare il volo.
L'idea non basta,ci vuole tanta bravura.
Mettiamoci una pietra sopra..
A proposito "Mettiamoci una pietra sopra" è un libretto ED.Paoline autore David W Schell
Libretto utile per tutti ,specialmente per gli adolescenti.
lina | 22/07/09 22.00
Che cambiamento in Russia..
L'ora di Religione a scuola e altro..
IDEA STUPENDA
A proposito...sto elaborando un mio sito..devo dire non male.
lina | 15/07/09 20.44
Non so se mi becco un richiamo perchè stiamo parlando di un fatto che poco ha in comune con la frase di Sara..
Voglio solo postare un articolo che ho letto stamattina. Un articolo che mi ha portato a riflettere sulle storture di questa nostra società che ormai è alla "ROVINA"...C'è tanto da dire ,ma non so se si può utilizzare questo spazio.
Ecco l'articolo che è a dir poco "sconvolgente"
Ciao Andrea
"DIO QUANTO INVIDIO LA FAMIGLIA DI GABRIELE SANDRI"!
post pubblicato in diario, il 15 luglio 2009
Gabriele Sandri e mio fratello Riccardo furono uccisi a pochi mesi di distanza.
Gabriele lo sappiamo, si trovava con degli amici delinquenti ultrà della Lazio in un autogrill e questi amici fecero un agguato ad un pullman di tifosi juventini... finito il raid stavano per continuare la trasferta verso Milano, visto che la Lazio giocava quella domenica contro l'Inter e non contro la Juventus, ma un agente che aveva visto le violenze sparò all'auto, colpì Sandri e il dj morì.
Mio fratello invece tornava dalle vacanze, avrebbe ripreso servizio a lavoro mercoledì 16 agosto 2006, era un ingegnere chimico, 110 e lode sottotenente dell'esercito (perchè invece di fare il militare di leva, aveva vinto il concorso AUC). Un figlio di puttana su una statale lo investì a 180 km/h facendo un sorpasso in curva con tanto di doppia linea per terra. Il figlio di puttana in questione non era né drogato, né ubriaco, perfettamente in grado di intendere e di volere, reo di aver compiuto un omicidio colposo.
Ieri, l'agente che ha ucciso Gabriele Sandri, ultrà e dj, morto dopo un raid fatto dai suoi amici contro altri tifosi, raid volto evidentemente a fare del male, è stato condannato a 6 anni, l'assassino balordo che uccise mio fratello, ingegnere, prossimo padre di famiglia, senza fronzoli per la testa e senza amici delinquenti, non ha fatto un solo giorno di galera.
Quindi oggi, proprio non posso fare a meno di guardare ai genitori di Sandri e a quel fratello tanto arrabbiato (come me) per la morte del suo congiunto, ed invidiarli maledettamente... beati loro, che per quel loro figlio amico di ultrà delinquenti da stadio, hanno avuto giustizia, alla faccia nostra che per il nostro Riccardo abbiamo avuto uno sputo in faccia, malgrado fosse una mente ed una risorsa per questo paese di merda.
Evidentemente l'Italia non si smentisce mai!
E se posso dare un pò di conforto ai genitori di Sandri, che si sentono delusi da questa sentenza, ben venga la lettura del mio post... loro giustizia anche se parziale l'hanno avuta, e potranno comunque ricorrere in Appello e in Cassazione, potranno far sentire il loro fiato sul collo dell'agente Spaccarotella per anni ed anni, noi invece siamo stati liquidati con una sanzione amministrativa a carico del'assassino di mio fratello (1 anno di sospensione della patente).
Questa è la vera vergogna!
La dittatura delle minoranze | 15/07/09 14.49
Il calcio doveva fermarsi per Gabriele Sandri, come si era fermato per Filippo Raciti».
Oppure: «La vita di un ultras vale quanto quella di un poliziotto».
Quante volte abbiamo sentito ripetere queste frasi dall'11 novembre 2007, il giorno della sciagurata uccisione all'autogrill di Badia al Pino di un tifoso laziale in viaggio per San Siro da parte di un poliziotto che ha sparato ad altezza d'uomo non si sa bene ancora perché.
Frasi dette e ridette per giustificare la violenta interruzione, lo stesso giorno, di Atalanta-Milan e quella serie di violenze inaudite che si sono scatenate in molte città italiane e che sono culminate a Roma in un attacco a due caserme delle forze dell'ordine.
Passati pochi giorni e l'attenzione dei media si è subito spostata su altro, rinfrescata domenicalmente solo per registrare l'elenco delle tifoserie a cui è vietata la trasferta.
Eppure ciò che è accaduto quel giorno va ben oltre il fatto di cronaca: con l'amara sensazione di un Paese ormai ostaggio di una minoranza violenta, e non solo nel calcio, sorgono delle domande sui fondamenti della nostra società italiana.
Lasciamo da parte il caso Sandri, la cui morte non è direttamente legata a una partita di calcio, e riprendiamo invece l'affermazione iniziale: la vita di un ultras vale quella di un poliziotto.
È vero?
Sì, nel senso assoluto del valore di una vita. Ogni vita è preziosa allo stesso modo, a prescindere dall'età, dalla razza, dalla professione e così via. Lo sappiamo benissimo noi che combattiamo contro la mentalità eugenetica oggi crescente nel mondo occidentale.
Ma è la morte che non ha lo stesso valore per una società, cioè: la morte di un poliziotto nell'esercizio del suo dovere (ovvero difendere la sicurezza dei cittadini) è di una gravità molto superiore alla morte accidentale di un ultras durante l'esercizio di quello che lui sente un dovere, ovvero lo scontro coi nemici, siano essi tifosi di un'altra squadra o la polizia.
Insomma una società sana dovrebbe essere in grado di distinguere chi opera per garantire la sicurezza di tutti i cittadini e per applicare le leggi - strumento, non dimentichiamolo, per garantire un'ordinata vita sociale - da chi invece quelle leggi vuole trasgredire e mette a rischio la sicurezza di tutti.
Allora è comprensibile il motivo per cui Catania può proclamare una giornata di lutto cittadino per la morte dell'agente Filippo Raciti (2 febbraio 2007), vilmente ucciso da ultras scatenati durante il derby Catania-Palermo, mentre non avrebbe dovuto proclamarlo se a morire fosse stato un suo aggressore.
Invece 1'11 novembre ha vinto la pretesa che la morte di un uomo in divisa abbia lo stesso valore della morte di un tifoso esagitato, ed è chiaro che l'incidente che ha visto come vittima Gabriele Sandri è stato soltanto il pretesto atteso da tempo per scatenare una guerra già a lungo pianificata proprio a questo scopo.
L'interruzione delle partite imposta con la forza, l'assalto alle caserme che non ha incontrato alcuna reazione (nemmeno negli anni di piombo si era mai assistito a un attacco del genere, comune solo nei colpi di stato), l'incapacità o la mancanza di volontà di colpire i responsabili dei disordini: questi i primi inquietanti segnali di resa da parte dello Stato. Seguiti nei giorni successivi da imbarazzanti commenti sui principali media che, dietro alla solita retorica contro la violenza negli stadi, nascondevano in buona parte una posizione equidistante tra ultras e forze dell'ordine, come se il pur condannabile errore di un poliziotto avesse lo stesso valore del disastro scatenato successivamente.
Si è creato purtroppo un preoccupante clima che ricorda tanto da vicino quel famigerato "né con le BR né con lo Stato" così caro agli intellettuali italiani negli anni '70.
Tutti a guardare indignati, ma in fondo spettatori, come se davanti ci fossero a fronteggiarsi due eserciti di pari dignità.
La vera preoccupazione in fondo è quella di non vedersi cancellato l'appuntamento domenicale con il pallone: così tutta l'attenzione si concentra sulla sicurezza degli stadi, senza rendersi conto che ormai la stragrande maggioranza degli incidenti avviene fuori o addirittura lontano dagli stadi.
E con 1'11 novembre si è visto con chiarezza che lo scontro tra tifoserie è ormai secondario rispetto agli attacchi che gli ultras - a volte uniti, come a Bergamo e a Roma - portano alle forze dell'ordine, il loro vero, comune, nemico.
In gioco dunque c'è ben più che il regolare svolgimento di un campionato di calcio, c'è il fondamento della nostra convivenza. Minacciata da una rete di gruppi ultras (chiamarli tifosi è un insulto a quanti vorrebbero seguire con passione la propria squadra) ormai trasformatisi in sette religiose neopagane, come alcune recenti inchieste hanno messo in evidenza: con una loro fede, i loro riti, le loro liturgie, una rigida gerarchia e le loro leggi sacre, prima fra tutte quella dello scontro.
Ma non solo: la preoccupante arrendevolezza davanti alla prepotenza dei signori delle curve è soltanto l'elemento più evidente di una resa molto più generalizzata.
Basti pensare a come il ministro dell'Interno Giuliano Amato ha giustificato l'inazione davanti all'assalto alle caserme: «Abbiamo evitato che ci fossero altri morti».
Nessuno ovviamente auspicava che l'esercito uscisse a sparare ad altezza d'uomo provocando stragi, eppure una società ha anche i suoi simboli che non possono essere calpestati impunemente: se anche una caserma è indifesa come potremo mai sperare che qualcuno difenda la nostra casa e "la nostra famiglia? Ci si può meravigliare dunque se c'è un crescente numero di persone che pensa all'autodifesa?
E l'atteggiamento richiamato dal ministro Amato non è forse lo stesso che viene applicato a tutto ciò che può mettere a rischio la nostra civiltà? Pensiamo all'immigrazione: in sé non è una minaccia, ma quando per evitare tensioni o "scontri culturali" si rinuncia a far valere le leggi del nostro Paese - dall'obbligo scolastico al volto scoperto, dalla monogamia al rispetto dei diritti umani - allora si pongono le basi non per una pacifica convivenza ma per la dittatura di una minoranza che inevitabilmente sarà sempre più violenta e arrogante.
Riccardo Cascioli,
IL TIMONE - Gennaio 2008 (pag. 16-17)
.:Andrea:. | 15/07/09 14.42
Ciao a tutti, ho da poco finito di pranzare e sento un'amarezza per una notizia sentita al TG (più di una volta) e la voglio condividere con voi, almeno per confrontarmi.
Riguarda la notizia dei 6 anni di carcere per l'agente Spaccarotella che il giorno 11 novembre 2007 ha commesso un omicidio colposo (questa la sentenza) in cui ha perso la vita Gabriele Sandri.
La mia amarezza è vedere tutti gridare allo scandalo, urlare VERGOGNA ai giudici durante la lettura della sentenza, vedere quelle persone che chiedono giustizia partecipare ai tafferugli fuori dal tribunale e in giro per Roma. Ma la cosa che più mi ha urtato (si, è questo il termine giusto) è stata la dichiarazione della madre:. Questa dichiarazione secondo me è grave perchè fomenta odio, vendetta, desiderio di rivalsa in quelle stesse persone che gridavano e inveivano contro persone (i magistrati) che amministravano la giustizia, in nome del popolo italiano, quindi anche di loro. E tutto questo a poco più di un mese dall'inizio del campionato di calcio: bel modo di stemperare i toni!
Laconico il mio commento: COME SIAMO RIDOTTI!!!
So di essere stato un pò lungo e me ne scuso, invito tutti a leggere un articolo dell'epoca che rispecchia bene il mio pensiero: lo posto sopra.
Grazie per l'attenzione e...aspetto commenti, critiche (attenzione, ho detto "critiche", non "polemiche") e confronto.
Un sauto a tutti e a gidìeffe, al quale rivolgo un cordiale saluto nell'attesa di incontrarci dal vivo.
Gerardo | 12/07/09 13.16
E allora, bisogna "prenderle al volo" o "farle volare" queste idee farfalline..? Entrambe le cose, ma con un "distinguo"! Dividerei la consideraione in due parti: le prime tre righe le riferirei a tutte le idee, nostre e degli altri; le altre due righe alle nostre idee. Mi spiego: bisogna essere pronti a "prendere al volo" le buone idee, progetti, suggerimenti che possono venirci da noi stessi o dagli altri per relizarle/i o collaborare nella loro realizzazione. Le nostre idee, invece, non possiamo tenerle "troppo strette" per una doppia ragione: prima, perché potrebbero essere del tutto o parzialmente irrealizzabili da una sola persona; seconda, perché la comunità umana per crescere ha bisogno delle idee di tutti. Se ogni uomo avesse tenuto troppo strette le proprie idee e non avesse colto al volo le idee sue e quelle altrui, staremmo ancora all'età della pietra..!