Notti di veglia in guerra fredda di Ottaviano De Biase, intervista

30 Gennaio 2010 | Categoria: recensioni

Notti di veglia in guerra fredda

di Ottaviano De Biase - KAPPA VU Editore

Intervista all'Autore, di Giovanni De Feo

Notti di veglia in guerra fredda, Ottaviano De Biase, KAPPAVU

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Notti di veglia in guerra fredda è il titolo dell'ultima fatica dello scrittore irpino Ottaviano De Biase. Dare dello "scrittore" a Ottaviano De Biase è limitante, perché negli ultimi vent'anni si è mosso su svariati fronti, dalla poesia alla narrativa al teatro. Il nostro "marinaio di montagna" la poesia c'è l'ha da sempre nel sangue e i suoi versi trasudano la fatica e le emozioni dei campi arati di Santa Lucia di Serino, il paese natio dal quale sia l'Autore che il suo personaggio, Francesco Tozzi, hanno mosso i primi passi verso mete ambizione e lontane. Il "nostro" Ottaviano De Biase è anche un appassionato ricercatore e frequentatore di Biblioteche, Archivi di Stato, eccetera. Ciò gli ha consentito di scrivere decine di libri sulla storia di Serino, la sua attuale dimora, e sull'intera Alta Valle del fiume Sabato, in provincia di Avellino. I suoi "pezzi di storia" sono da alcuni anni un appuntamento fisso della domenica del Corriere dell'Irpinia. Ma torniamo al romanzo. Preferiamo che siano le parole stesse dell'Autore a delineare la trama del suo ultimo scritto.


Quando e come nasce l'idea del romanzo?
Nasce nel 1994. Al seguito di una lunga riflessione e dopo che ebbi chiaro in mente le cose che intendevo scrivere; rievocare cioè la memoria di un passato recente che ci ha visti un poco tutti protagonisti. Ma il motivo principale è stato quello di riuscire a gettare un seme affinché altri dopo di noi possano raccoglierne i frutti. L'idea del romanzo si pone come obiettivo proprio questo: fornire alle generazioni future parametri, che poco hanno a che fare con quelli classici imposti dalla grande editoria, senza i quali la storia che si andrà a scrivere in futuro non potrà mai ritenersi obiettiva.

Quanto di Ottaviano De Biase c'è in Francesco Tozzi?
Molto. Ogni luogo è per ogni autore espressione del suo territorio, del suo percorso formativo, del suo essere diventato uomo. E la Marina Militare, in quanto a formazione, ha svolto un ruolo fondamentale.
In principio, il primo obiettivo è stato quello di dare voce alla mia terra perché penso, e di questo sono fermamente convinto, rievocare le proprie origini sia un dovere e una necessità. Raccontare una storia, in definitiva, significa rievocare se stessi, che altro non è il darsi una rotta che porti ognuno di noi a identificarsi e a ritrovarsi in qualsiasi tempo e in qualsiasi situazione. Non a caso, il protagonista Francesco Tozzi diventa uno di noi non appena viene chiamato ad indossare la divisa da marinaio e questo perché tutti quanti abbiamo indossato una divisa per uno o più anni. Durante tutto il Secondo Novecento, infatti, intere generazioni di giovani sono state chiamate a indossare una divisa ora dell'esercito, ora dei carabinieri, ora della guardia di finanza, dell'aviazione, eccetera. E ricostruire quei momenti oggi, che la leva per legge non è più obbligatoria, di per sé, è già storia.

Com'è cambiato il tuo paese d'origine da quando lo delinei all'inizio del romanzo sino ad oggi?
Il mio iniziale problema è stato quello di scegliere una scrittura che mi consentisse di riproporre situazioni ormai custodite soltanto nella memoria. La Santa Lucia di Serino lasciata nei primi anni sessanta non esiste più un poco perché molti di quei giovani hanno messo radici in altri luoghi e un poco si deve ai disastri causati dal terremoto del 23 novembre 1980. Ecco perché raccontare oggi la vita delle cortine, di quelle case senza luce e senza finestre; raccontare cioè storie che appartengono alla stessa terra e che ormai non si ricordano più, diventa un dovere verso chi di memoria tuttora si nutre. Ieri come oggi, purtroppo, ci ritroviamo in mezzo a della gente che non si cura più di queste cose; lo stesso colore della terra non è più quello di un tempo, gli stessi suoi prodotti sottoposti continuamente a modifiche transgeniche hanno finito per perdere ogni odore e sapore. E cosa dovrei dire dei valori e delle tradizioni tramandatici dai nostri nonni? Dovendo rispondere alla tua domanda dico questo: il mio paese è lo stesso di ieri, con le sue solite voci e canti, stessi luoghi, stessa gente, stesse strade e cortine. Peccato, però, che ci sono altri che dicono di non vederlo e di non sentirlo più cantare come quando si andava a piedi fin sopra le Mezzane. Il mio paese ieri come oggi continua ad essere luogo di vita con o senza di noi.

Si può affermare con certezza che la guerra fredda è finita?
Leggere Notti di veglia in guerra fredda significa capire, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che la Storia grande per oltre mezzo secolo è scorsa attraverso lo sguardo di un osservatore, che è stato anche un piccolo tassello del mosaico invisibile di reti di osservazione e di controllo che hanno raggiunto tutti i punti della terra. L'osservatore-protagonista-io narrante è stato perciò il fabulatore di una storia che ha riguardato tutti, che ha sfiorato in qualche modo la nostra vita. L'Io narrante, il Tozzi, per intenderci, nel suo rapporto quotidiano col delicato lavoro d'intercettazione, nel cui ingranaggio era stato inserito, in fondo, ha vissuto anche per noi le ansie, le paure, l'immaginario di un tempo che solo in parte è alle nostre spalle. Questo significa che il capitolo sulla Guerra Fredda, per come la intendo io, non è per niente chiuso. In parte si deve al sottile equilibrio che tiene insieme le nazioni del mondo. Ma non è tutto. La recente crisi economica ci ha appena dimostrato che abbassare la guardia è un lusso che non ci possiamo più permettere.

Cambieresti qualcosa nella storia di Francesco/Ottaviano?
Nulla! Perché questa è una storia scritta dalla storia. Come accennavo poc'anzi, il romanzo vuole essere un poco questo: identificarsi e ritrovarsi; un insieme di scioglimento mentale che non si lascia sfuggire piccole storie di piccoli uomini, ma anche storie importanti che per oltre mezzo secolo hanno garantito stabilità e democrazia. Se poi chiedi il mio pensiero di autore di un romanzo, non posso che rispondere alla stessa maniera di prima e cioè che il mio sacrificio e quello di tanti altri miei colleghi non vada perduto in nome di un segreto che non ha più motivo di esistere.

Visto il tema trattato, è stato difficile trovare un editore disposto a pubblicarlo?
Assolutamente sì! A cominciare dal mio Corpo di appartenenza. Inizialmente, dal SIOS Marina ho ricevuto un rifiuto netto e senza appello. Per farla breve, sono stati venti anni di sofferenza continua. A distanza però di questi venti lunghi anni, bisogna pure prendere atto che sono accadute cose straordinarie, come la caduta del Muro di Berlino, la Guerra del Golfo, l'elezione di un afroamericano alla Casa Bianca, eccetera. Oggi si parla d'altro. Gli stessi obiettivi delle nazioni sono altri. Missioni umanitarie, terrorismo internazionale, economia globale, eccetera, sono tutti elementi di un mondo che cambia. Noi stessi facciamo ragionamenti che non sono più quelli di una volta. Tanto per dirne una, la struttura riservata cui faccio riferimento nel libro, e che in un certo senso mi ha cambiato la vita, non esiste in quanto tale neanche più sulla carta. Se poi sono riuscito a trovare un editore, che comunque ha dimostrato di avere coraggio, così mi riallaccio alla domanda, è perché nel frattempo, tra persone di orientamento politico diverso, è anche caduta ogni forma di pregiudizio.

Che reazioni ti aspetti all'uscita del romanzo? E da parte di chi?
Intanto, i contenuti nel libro sono oggetti che ci osservano e fatalmente ci giudicano. Coniugare perciò la memoria con la realtà storica del paese è di per sé un buon motivo per affidare alle future generazioni uno spaccato inedito di questo Secondo Novecento. Cosa mi aspetto? Molto dagli analisti di professione; apprezzamenti mi aspetto che arrivino dalla critica letteraria, anche perché nel libro si menzionano episodi chiavi che nel bene o nel male hanno determinato le sorti di questo paese; per cui, qualcuno prima o poi dovrà pur darci delle risposte. Mi aspetto cioè che qualcuno possa-voglia riaprire il dibattito sulle stagioni delle BR, sulle stragi di stato, sulla cattiva politica, eccetera. Dall'italiano medio mi aspetto molto di più, soprattutto che possa leggere il romanzo. Gli consentirebbe di prendere coscienza di un periodo storico ove per colpa di una politica internazionale che definirei insensata ha, per oltre mezzo secolo, costretto milioni di persone a considerare che i nemici da crocifiggere fossero oltre cortina. Fu solo propaganda? Io credo sia stato il frutto di un progetto strategico in quanto programmato e attuato, fin nei minimi particolari, da ambo i fronti.

Giovanni De Feo
Commenti Pagina

   ottaviano | 08/03/10 19.15
rispondo a Lina. La casa editrice mi comunica che tutte le richieste on-line sono state soddisfatte.
Di più, trascrivo quanto riferisce alle librerie che ne hanno già fatto richiesta,"il libro sarà supportato da un calendario di presentazioni in tutta Italia che vi comunicheremo di volta in volta.". Credo che lo si potrà prenotare non solo on-line ma anche recandosi direttamente in una qualsiasi libreria.

   lina | 08/03/10 17.36
A quanto ho letto il libro si può comprare solo attraverso Internet..
Io non ho fortuna con gli acquisti a distanza..non mi è ancora arrivato il libro di Micaela ..Un po' come accadde con il libro Fenomeni...

   gidìeffe | 08/03/10 14.12
Ringrazio pubblicamente l'Amico Ottaviano per avermi fatto dono di una copia del romanzo. Ora completerò la lettura direttamente sul libro.
Con Ottaviano abbiamo già iniziato a discutere e ragionare, alla nostra maniera, delle varie parti.
Quanto prima ci saranno eventi di presentazione... a tal proposito mi devo affrettare a leggerlo!!!

   ottaviano | 06/03/10 20.07
in mattinata mi sono arrivate le dieci copie in omaggio all'autore in più cinquanta copie in acquisto con bolla di accopagnamento e fattura naturalmente. Eventuali richieste sapete come contattarmi

   gidìeffe | 05/03/10 15.31
Sto leggendo con grande piacere il romanzo dell'amico Otto e ne consiglio vivamente la lettura... soprattutto a "gente di paese", come noi!
Devo dire che in molti passaggi mi rivedo.
Grande Otto.

   gidìeffe | 03/03/10 9.21
Io ho avuto l'onore di ricevere una bozza che sto leggendo con grande interesse a curiosità per le infinite e incredibili avventure del nostro marinaio di montagna!

   ottaviano | 02/03/10 19.24
Leggo che anche il nostro serinese d'america si è fatto vivo. Raffaele carissimo, credo che il tuo contributo affronte il tema a vasto raggio. Più semplicemente io narro il "nostro" secondo novecento. Ma di questo ne parleremo dopo che altri amici avranno letto il romanzo. Approposito: da Udine mi dicono che da domani mattina partono le prime spedizioni. Per quelli che ne hanno fatto richiesta, naturalmente.
ottaviano



   gidìeffe | 02/03/10 11.31
Saluto con gioia l'intervento del compaesano d'oltreoceano Raffaele Di Zenzo e spero che venga a trovarci più spesso a Greenopoli!
A presto.

   Raffaele Di Zenzo | 02/03/10 1.45
Ottaviano De Biase con "Notti di veglia in Guerra Fredda" presenta la sua magnum opus a sfondo storico militare di cui ha vissuto una buona parte della sua vita adulta.

So un po' della storia di cui l'autore me ne parlava durante le nostre passeggiate per i boschi di Serino, e mi parlava anche delle difficolta' di pubblicazione a causa della delicatezza degli eventi storici. Ma con la caduta del muro di Berlino e con il collasso del comunismo, e' stata spianata la via alla pubblicazione del romanzo.

Il comunismo e' crollato sotto il peso della sua brutalita' e inefficienza economico e sociale. Il comunismo e' stato imposto con la forza per 75 anni. Stalin massacro' piu' di 25 milioni di russi, soprattutto ucraini, durante le collettivizzazioni agricole. Stalin rifiuto' l'aiuto del Piano Marshall per la ricostruzione della Russia e dei suoi satelliti. Stalin rifiuto' tale aiuto perche' pensava che il sistema comunista avrebbe trionfato sul capitalismo e sulla democrazia. Si e' sbagliato di troppo, come si sbaglio' Karl Marx, il quale ando' contro il grande filosofo e suo maestro Frederick Hegel. Hegel vedeva la storia umana come un continuum progressista e umanista di tesi-antitesi-sintesi. Marx nego' la sintesi e vide solo una lotta di classi. Per eliminare la lotta di classi Marx s'invento'l'ideologia comunista, dove le risorse di una nazione sono in comune, cio' comporta alla eliminazione della proprieta' privata: tutto e' in comune. La Russia comunista per 75 anni ha cercato di imporre con la forza questa ideologia non solo sulle nazioni dell'Europa dell'Est ma anche in Africa, in America latina e in Asia. Come si e' visto con la ribellione dell'Ungheria del 1954, della Cecoslacchia del 1968, della crisi missilistica di Cuba del 1961,quando il presidente americano John Kennedy e il mondo intero passarono molte "notti di veglia" per il pericolo di una guerra nucleare. Il coraggio del presidente Kennedy ha salvato il mondo da un pericolo nucleare, quando disse: "O poniamo fine alla guerra o la guerra pone la nostra fine."

Il De Biase presenta questa situazione "atomica" in questo suo lavoro "Notti di veglia in guerra fredda." La storia ha dato ragione a Hegel e ha dato torto a Marx. Dopo tutto Marx andava contro la saggezza popolare e millenaria " L'occhio del padrone ingrassa il cavallo."

   gidìeffe | 24/02/10 19.43
L'immagine data da Ottaviano mi sembra quanto mai pertinente.
Ci sono stagioni, infatti, in cui ci si limita solo a raccogliere i frutti delle semine e delle potature delle precedenti generazioni e altre, invece, in cui proprio perché chi ci ha preceduto ha solo gozzovigliato bisogna rimboccarsi le maniche per seminare e potare, seminare e potare, ecc.
Ricordo quando a metà degli anni novanta provavo a fare politica e proponevo di impegnarsi in un percorso almeno decennale di semina senza raccolta per provare a cambiare le cose... com'è andata a finire? Nessuno era d'accordo a perseguire un progetto così ambizioso e faticoso...
Intanto da allora sono trascorsi 15 anni e le cose sono peggiorate e di molto!!!
Ecco perché oggi sono fermamente convinto che per non predicare nel deserto bisogna rivolgersi ai giovanissimi...

   ottaviano | 23/02/10 20.01
Ognuno di noi si identifica per le poche o grandi cose che è riuscito a fare nell'arco della vita. Ogni generazione dunque ha avuto il suo da fare in quanto - la storia di ognuno di noi lo dimostra - qui nessuno ti regala niente. E se è vero che per avere da un albero dei buoni frutti bisogna pure che qualcuno si rimbocchi le maniche e puti questo benedetto albero perché, appunto, prima o poi possa rifiorire e ridare dei buoni frutti. Mi riferisco ai giovani, naturalmente. Rispondo a Maurizio. Ai giovani - se mi posso permettere di dare un consiglio - dico che per farsi spazio in questa società bisogna innanzitutto potare l'albero. Ci ricordiamo l'Irpinia prima del terremoto? Oggi si parla tanto di una Irpinia moderna; sostanzialmente le cose sono migliorate moltissimo però bisogna anche dire che il progresso che ne è conseguito è dovuto in primis al terremoto che ha spazzato via tutto il vecchiume esistente e poi al flusso di denaro pubblico. Perchè - ci domandiamo un poco tutti - il paese è collassato? Semplice. Qunado s'impasta si finisce sempre per sporcarsi le mani. Insomma, questo benedetto ammanco economico è dovuto perché i soldi se li sono fottuti. Chi? L'ultima. Lo scandalo alla Protezione Civile! Allora, quale speranza possiamo dare ai giovani d'oggi? Nessuna. Perché vedo in giro che c'è poca voglia di azzerare tutto e di ricominciare, imponendo regole precise. Insomma, chi ruba un bene dello stato, chi inquina un territorio irrimediabilmente, e cose di questo tipo, deve pagare non una ma cento mille volte il danno procurato. Allo stato delle cose mi sento di dire che il sistema sia esso politico che sociale così come è adesso non ha alcuna possibilità di sopravvivenza. Come se ne esce? Come dicevo prima, potando l'albero. Isolando cioè l'esercito di furbi che tiene attanagliato il Paese. E qui nasce il problema. La ricetta. Non credo possa portare giovamento l'azione morale. Una rivoluzione tipo quella "francese", è anch'essa improponibile. Non si possono isolare-eliminare 15 milioni di furbi, perchè tanti ne ho contati essere solo in Italia, in nome del bene comune. Vi ricordate il Sessantotto e i vari Pannella, Capanna, e i mariasantissima? Quanta delusione? Non mi va di entrare nel merito, acqua passata. Dispiace leggere sul volto dei tanti giovani volenterosi, di cui nessuno se ne occupa più, l'amara consolazione dell'appiattimento. L'impotenza cioè di non riuscire ad esprimere la loro grande potenzialità intellettiva ed umana. Chiudo. La mia generazione si è salvata perché aveva dalla sua la speranza.
Ottaviano


   gidìeffe | 23/02/10 8.36
Non parlo a nome dei giovani, visto che sono in un uomo di mezz'età!
Il vero problema non è che non si ha fiducia nel futuro o non si crede in cio che si fa... il male peggiore di oggi è che i giovani non hanno fiducia in loro stessi e questo può essere conseguenza di quanto dice Maurizio, la sfiducia verso il futuro e verso chi si dovrebbe impegnare per assicurarci un futuro migliore...
IO dico smpre che bisogna impegnarsi a prescindere, farlo innanzitutto per se stessi!

   alchimista | 23/02/10 8.05
Chiedo conferma agli amici Ottaviano e Giorgio 47.
Quando si indossava la divisa , sarà stata la giovane età, pur in momenti difficili (la Guerra fredda , il terrorismo ecc) si pensava al futuro con speranza.
Si riteneva che si stava facendo qualcosa di utile per tutti , di essere dalla parte giusta (sia pure con tutti i dubbi del caso), si lavorava in definitiva per un futuro che potessesere migliore e ci si credeva.
Spero che sia lo stesso per i giovani d'oggi perchè se non è così è proprio triste.Noi oramai siamo più pessimisti ma se lo sono anche i giovani , se questi non sognano più di fare qualcosa di buono allora è veramente triste.

   gidìeffe | 21/02/10 10.43
E' amaro doverlo ammettere, ma l'Italia si sta sempre più impaludando in un triste squallore...

   alchimista | 20/02/10 21.49
La mia esperienza (anche la mia breve esperienza in politica) mi dice il contrario.
L' Italia non ha bisogno di gente onesta e (salvo le dovute eccezioni) neanche i giovani.

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