Territori interni: quando un libro diventa incontro, dialogo e futuro condiviso

Giovedì 23 aprile 2026, nell’Aula consiliare “Giancarlo Siani” del Centro Direzionale di Napoli, si è svolta la presentazione del volume “Territori Interni. Questioni, pratiche e prospettive del Parco del Partenio”, un momento di confronto autentico e profondo su un tema che oggi più che mai richiede attenzione, visione e responsabilità.

Non si è trattato semplicemente della presentazione di un libro. È stato un incontro vivo tra istituzioni, studiosi, professionisti e – elemento tutt’altro che secondario – tanti giovani studenti, protagonisti silenziosi ma attenti di una riflessione collettiva sul presente e sul futuro dei territori interni.

Promosso dall’Ente Parco Regionale del Partenio, con il supporto di Scabec e Regione Campania, il volume curato da Anna Maria Zaccaria e Luisa Bocciero si propone non come una semplice raccolta di contributi, ma come una vera e propria rotta di orientamento per ripensare i territori interni in chiave contemporanea.


Territori interni: molto più di una definizione

Uno dei messaggi più forti emersi durante la giornata è stato proprio questo: i territori interni non sono una categoria geografica, ma una realtà complessa fatta di persone, relazioni, valori e identità.

Come sottolineato nel corso degli interventi, parlare di “aree” rischia di ridurre tutto a una dimensione geometrica, fredda, mentre parlare di “territori” significa riconoscere la presenza viva delle comunità che li abitano.

I territori interni sono:

  • radici,
  • memoria,
  • ma anche possibilità di futuro.

Sono luoghi dove il tempo scorre più lentamente, ma proprio per questo può generare qualità, relazioni e senso.


L’intervento del Presidente Francesco Iovino: dalla visione all’azione

Il Presidente dell’Ente Parco del Partenio, Francesco Iovino, ha aperto una riflessione concreta e lucida sullo stato dei territori interni.

Dai suoi interventi emerge con chiarezza una linea di pensiero:
non basta analizzare, bisogna agire.

Tra i punti chiave:

  • la necessità di lavorare su azioni concrete, non solo su dichiarazioni di principio;
  • il riconoscimento dello spopolamento come fenomeno reale e non più ignorabile;
  • la consapevolezza che le aree interne vivono una condizione di isolamento infrastrutturale e sociale.

Ma soprattutto, un passaggio decisivo:

bisogna passare dal “si dovrebbe” al “si fa”.

Per contrastare lo spopolamento servono strategie integrate basate su tre pilastri:

  • abitare,
  • lavorare,
  • connettere.

Non si tratta di elementi separati, ma di un sistema che deve funzionare in modo coerente.

Altro tema centrale: il turismo.
Non come soluzione miracolosa, ma come uno degli strumenti possibili, da inserire in una visione più ampia e strutturata.


Anna Maria Zaccaria: territori, comunità e responsabilità

L’intervento di Anna Maria Zaccaria ha offerto una chiave di lettura profondamente sociologica e culturale.

Il punto di partenza è chiaro:
parliamo di territori, non di aree.

Perché:

  • il territorio è fatto dalle persone che lo vivono;
  • non può essere ridotto a un contenitore vuoto;
  • non è una semplice categoria amministrativa.

Un passaggio particolarmente significativo riguarda il mondo accademico:
gli accademici – è stato sottolineato – spesso osservano i territori senza esserne realmente parte. Da qui la necessità di una “terza missione” dell’università, capace di entrare nei territori e contribuire attivamente al loro sviluppo.

Altro elemento centrale è il tema dello spopolamento:
non è solo una questione numerica, ma un fenomeno complesso che riguarda:

  • demografia,
  • servizi,
  • economia,
  • qualità della vita.

Per questo motivo, le strategie devono essere:

  • radicate nelle risorse locali,
  • fondate sulle buone pratiche,
  • orientate a una valorizzazione autentica.

E soprattutto:

il turismo non è la panacea.

Serve una visione più ampia, capace di costruire coerenza tra luoghi, comunità e progettualità.


Luisa Bocciero: territorio come sistema di protezione e futuro

Luisa Bocciero ha richiamato con forza il concetto di territorio come sistema di protezione.

Non un limite, ma una risorsa.
Non una periferia, ma un centro di possibilità.

Il suo intervento ha posto l’attenzione su:

  • la necessità di valorizzare le risorse locali;
  • l’importanza di costruire comunità coese;
  • il ruolo delle pratiche culturali e sociali.

In questa prospettiva, il territorio diventa:

  • luogo di identità,
  • spazio di relazione,
  • laboratorio di futuro.


Fulvio Bonavitacola: qualità della vita e sviluppo sostenibile

L’intervento dell’Assessore Fulvio Bonavitacola ha portato il discorso su un piano concreto e operativo.

Il tema centrale è stato quello della qualità della vita.

Tra i punti evidenziati:

  • aria pulita,
  • acqua,
  • gestione dei rifiuti,
  • servizi essenziali,
  • collegamenti e trasporti.

È emersa con chiarezza la necessità di:

  • rafforzare i sistemi di connessione;
  • migliorare le infrastrutture;
  • costruire condizioni reali di vivibilità.

Un passaggio particolarmente significativo riguarda il concetto di popolamento:
non si possono creare città dal nulla.
Il popolamento nasce da condizioni di vita reali, sostenibili e attrattive.

Importante anche il riferimento al progetto BSB – Borghi Salute Benessere, come esempio di strategia regionale orientata alla valorizzazione dei territori.


Massimiliano Manfredi: connessioni, opportunità e visione sistemica

Il Presidente del Consiglio Regionale Massimiliano Manfredi ha posto l’accento su un tema fondamentale: la connessione.

Connessione tra:

  • territori,
  • istituzioni,
  • comunità,
  • opportunità.

Tra gli elementi emersi:

  • il ruolo dei trasporti (come la rete vesuviana);
  • la necessità di integrare aree urbane e aree interne;
  • l’importanza di creare attrattori stabili.

Un punto cruciale:

lo spopolamento non si combatte solo con incentivi.

Serve una strategia più ampia, capace di generare:

  • lavoro,
  • servizi,
  • prospettive.

Interessante anche il riferimento alla necessità di “spalmare” i flussi turistici e costruire reti tra i parchi, superando frammentazioni e logiche isolate.


Il momento più potente: il quaderno che diventa dialogo

C’è stato però un momento che ha trasformato profondamente il senso dell’incontro.

Durante l’intervento di Giovanni De Feo, è accaduta una cosa semplice, ma potentissima:
il quaderno è stato fatto circolare tra gli studenti.

Non per mostrare.
Ma per ascoltare.

Non per parlare.
Ma per costruire dialogo.

In quel gesto si è rotta la logica tradizionale della comunicazione monodirezionale.
L’intervento è diventato uno spazio condiviso, vivo, partecipato.

E mentre si parlava di territori, loro scrivevano.

E in quelle pagine è emerso un mondo.

Parole come:

  • valori,
  • natura,
  • educazione,
  • rispetto,
  • felicità,
  • sogno,
  • cambiamento,
  • cura,
  • comunicazione.

Accanto a queste, riflessioni più profonde:

  • il bisogno di un rapporto autentico con i giovani;
  • il tema della responsabilità;
  • l’importanza della consapevolezza;
  • uno sguardo critico ma costruttivo sul sistema scolastico.

E poi una frase, semplice ma potentissima:

“È stupendo il suo metodo di dialogo con noi giovani.”


Greenopoli: comunicare per educare, educare per cambiare

In questo contesto si inserisce il richiamo al metodo Greenopoli, inteso non solo come strumento educativo, ma come approccio culturale.

Comunicare ed educare diventano due dimensioni inseparabili.

Non si tratta di “salvare il pianeta”, ma di:

  • prenderci cura della nostra salute,
  • proteggere gli ecosistemi,
  • preservare le risorse.

Il cambiamento passa attraverso:

  • tempo,
  • pazienza,
  • cura,
  • relazione.

E soprattutto attraverso il coinvolgimento delle nuove generazioni.


Territori, persone, futuro

Dalla giornata emerge con forza una consapevolezza:

i territori interni non si salvano con slogan,
ma con relazioni.

Non bastano:

  • progetti calati dall’alto,
  • narrazioni superficiali,
  • soluzioni semplicistiche.

Serve invece:

  • ascolto,
  • partecipazione,
  • integrazione tra saperi,
  • visione a lungo termine.

Come emerso chiaramente:

  • non possiamo ragionare senza dati e ricerca;
  • non possiamo costruire sviluppo senza comunità;
  • non possiamo immaginare futuro senza i giovani.


Conclusione: non margini, ma radici

I territori interni non sono margini.

Sono radici.

Sono luoghi in cui la sostenibilità non è una parola, ma una pratica quotidiana.
Dove il tempo è lento, ma capace di generare senso.

E soprattutto sono luoghi che possono tornare ad essere attrattivi, vivi, abitati.
Non per nostalgia, ma per scelta.

A una condizione:
che le persone si sentano parte.

Che possano abitare, lavorare, restare.

Che possano, semplicemente, immaginare il proprio futuro dentro un territorio.

Perché, come emerso chiaramente durante l’incontro:
non si vive sopra un territorio.

Si vive dentro un territorio.

E solo così può nascere davvero il cambiamento.