L’INQUINAMENTO MEDIATICO

VIII ed. della settimana scientifica, organizzata dal liceo scientifico P.S. Mancini di Avellino

 

Presso il liceo Mancini si sta dialogando su “Caos, Caso e Complessità” con esperti di vari campi della scienza. La mattina del 7 febbraio ho tenuto una relazione dal titolo “Inquinamento mediatico” preceduta dai saluti della dott.ssa Fiorella Pagliuca, dirigente dell’USP di Avellino e della prof.ssa Paola Anna Gianfelice, Dirigente Scolastico del Liceo.

La disciplina che insegno all’Università degli studi di Salerno si chiama “Ecologia Industriale” e due sono i principali temi: la gestione dei rifiuti e la Life Cycle Assessment (LCA). Il tema dei rifiuti richiede un approccio multidisciplinare perché coinvolge tutte le sfere della sostenibilità: quella sociale, quella economica e quella ambientale, oltre, naturalmente, a quella politica. I rifiuti, infatti, sono prodotti dalle persone, dalle attività commerciali, dalle industrie e da tanti altri settori e la loro gestione è fonte di grandi conflitti spesso alimentati da disinformazione e fake news, oltre al proliferare di vere e proprie sindromi comportamentali come la sindrome NIMBY che è l’acronimo di “Not In My Backyard”, cioè “Non nel mio cortile” e la sindrome BANANA, acronimo di “Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anything”, cioè “Costruire assolutamente nulla da nessuna parte vicino a nulla”.

NIMBY si riferisce all’atteggiamento di persone, comitati o intere comunità che sono contrarie all’ubicazione di progetti o infrastrutture indesiderate, come discariche, centrali elettriche o impianti industriali, nelle loro immediate vicinanze, anche se tali progetti potrebbero essere necessari o vantaggiosi su scala più ampia. In altre parole, le persone sono disposte a sostenere questi progetti, ma non vogliono che siano realizzati vicino alle loro abitazioni o comunità.

Invece, la sindrome BANANA rappresenta un atteggiamento estremo in cui le persone o le comunità si oppongono a qualsiasi forma di sviluppo o costruzione nelle loro vicinanze, indipendentemente dalle esigenze o dai benefici che potrebbero derivare da tali progetti. In altre parole, si tratta di una resistenza totale e irremovibile verso qualsiasi tipo di cambiamento o sviluppo nell’area circostante. La disinformazione è una delle principali fonti ad alimentare queste sindromi al punto che qualche anno fa ho appositamente creato il termine “inquinamento mediatico” proprio per alludere alla diffusione di informazioni scorrette, che, messe in circolo, creano disinformazione e, a volte, possono fare più danni le parole e le informazioni sbagliate degli inquinanti e degli impatti ambientali. Questi ultimi, in particolare, andrebbero valutati, laddove possibile, con un approccio metodologico noto come Life Cycle Assessment (LCA).

L’LCA è uno strumento che consente di valutare gli impatti ambientali di un prodotto lungo il suo ciclo di vita, “dalla culla alla tomba” (“from cradle to grave”), attraverso le fasi di estrazione delle materie prime, produzione, imballaggio, distribuzione, uso e fine vita (riuso, riciclo, recupero, smaltimento) sulla base dei dati di utilizzo delle risorse, dell’energia, delle emissioni in aria, acqua, suolo, nonché della produzione di rifiuti, espressi rispetto a un’unità funzionale, a uno scopo e ai confini del sistema considerato.

Alla luce della definizione di LCA, e quindi in un’ottica di “Life Cycle Thinking” (cioè, il pensare per cicli di vita), nel corso dell’intervento ci siamo posti domande del tipo: “L’effetto serra è un fatto positivo o negativo per il genere umano?”; “L’anidride carbonica è un inquinante?”; “Produce più CO2 una bottiglia di vetro monouso o una bottiglia di plastica monouso, entrambe riciclate?”, ecc.

Giovanni De Feo