Il 15 aprile sono salito sul palco del Teatro Auditorium dell’Università della Calabria, a Rende, con una sensazione chiara: non sarebbe stata una mattinata come le altre.
Davanti a me c’erano tantissime ragazze e ragazzi. Un colpo d’occhio che mette energia, ma che allo stesso tempo ti responsabilizza. Perché quando hai davanti così tante persone, puoi scegliere: parlare… oppure provare a creare qualcosa insieme.
Io ho provato la seconda.
Il titolo del festival era già un programma: Pensa Tu. E allora siamo partiti proprio da lì. Da una cosa che sembra scontata, ma che non lo è affatto: pensare con la propria testa.
Non è facile. Siamo abituati a risposte veloci, a soluzioni già pronte. Invece pensare richiede tempo. E allora ho iniziato come faccio spesso, rompendo il ghiaccio con il piccolo rap della conoscenza. Qualcuno sorride, qualcuno si sorprende, qualcuno resta in ascolto.
“Tempo, pazienza, passione e competenza,
pensa e ripensa, crea la conoscenza…”
In quel momento succede sempre qualcosa. Non è solo una rima. È un ritmo che mette in movimento le idee. È un modo per dire che conoscere non è un atto passivo, ma un processo.
E da lì abbiamo iniziato a costruire.
A un certo punto “sale in cattedra” lei, la Life Cycle Thinking. Il pensare per cicli di vita. Un modo diverso di guardare le cose. Non più oggetti isolati, ma storie complete: da dove vengono, cosa diventano, cosa lasciano.
E per farlo, come sempre, mi affido a qualcosa di estremamente semplice. Un rotolo di carta igienica, che diventa un oggetto misterioso nascosto nello zaino di Mr Greenopoli e da indovinare con un sempre divertente e curioso indovinello…
Quando si scopre l’arcano, qualcuno ride, qualcuno si chiede dove voglio arrivare. Poi iniziamo a srotolare. Piano. E dentro quel velo sottilissimo di carta iniziano ad apparire numeri, risorse, energia, acqua. Un mondo intero nascosto in qualcosa che usiamo ogni giorno senza pensarci.
È lì che vedo gli sguardi cambiare.
Perché quando riesci a far vedere l’invisibile, qualcosa si accende. Non hai più bisogno di convincere. Basta osservare.
Sul palco mi muovo, parlo, mi fermo, ascolto. Non è una lezione. Non è uno spettacolo. È un equilibrio tra le due cose. Un’esibizione scientifica, sì, ma soprattutto un momento condiviso.
E poi arriva il finale.
Cambio ritmo. Letteralmente.
Partono le note, e con loro il “Brutto rap dei rifiuti”. Le parole si appoggiano sulla musica, l’energia sale, qualcuno accenna un sorriso più largo, qualcuno si lascia andare. È un modo per chiudere, ma anche per lasciare un segno.
Perché il messaggio è semplice, diretto: è tempo di cambiare.
Non domani. Non quando sarà più facile. Adesso.
Quando scendo dal palco, mi porto dietro una domanda che mi accompagna sempre. Me la tengo dentro per qualche secondo, poi la lascio andare:
secondo voi si sono divertiti?
E soprattutto… avranno imparato qualcosa?
Io una risposta non ce l’ho mai del tutto.
Però so una cosa. Quando vedi attenzione, quando senti partecipazione, quando percepisci quella curiosità che si muove nell’aria, allora capisci che qualcosa è successo.
E forse, alla fine, è proprio questo il senso di tutto.
Non riempire teste.
Accenderle.




