Il 16 aprile sono arrivato al Liceo Scientifico “Carlo Pisacane” di Padula nel mezzo di una settimana piena. Di quelle che scorrono veloci, tra un incontro e l’altro, tra una lezione e un viaggio. Ma ogni volta che entro in una scuola, provo a fare una cosa semplice: dimenticare tutto il resto e stare lì, davvero.
Davanti a me c’erano le ragazze e i ragazzi delle classi terze. Aula piena, volti attenti, qualcuno curioso, qualcuno più in attesa. Come sempre.
Dopo una decina di minuti ho fatto una cosa che ormai per me è diventata quasi naturale. Ho preso il mio quaderno e l’ho consegnato a loro. Ho chiesto di scrivere la cosa che più li aveva colpiti.
È un gesto semplice, ma ogni volta succede qualcosa.
Quando ho ripreso quel quaderno e ho iniziato a leggere, non ho trovato appunti. Non c’erano schemi, né riassunti. C’erano parole. Tracce.
“Non sono un prof, faccio il prof”.
“Sono un essere umano”.
“Non trasmettere la paura di sbagliare”.
“Essere autentici”.
Mi fermo sempre su queste frasi. Perché non parlano di quello che ho spiegato. Parlano di quello che è passato.
Poi ci sono altre parole, più piccole, ma non meno importanti: umiltà, meraviglia, osservare, apparire. Parole che non stanno in un programma, ma che fanno parte del modo in cui proviamo a stare al mondo.
E poi arrivano le connessioni. Quelle che non puoi prevedere. Proust accanto ai Pink Floyd, il latino che si intreccia con un ricordo, una frase sulla luna, un’immagine, un’associazione. È lì che capisco che qualcosa si è mosso davvero. Quando ognuno prende quello che sente e lo collega alla propria storia.
In mezzo a tutto questo, senza separazioni, ritrovo anche le parole dell’ambiente: differenziata, strada, responsabilità. Ed è esattamente così che dovrebbe essere. Perché l’ambiente non è un capitolo a parte. È dentro le nostre scelte quotidiane, nei gesti più semplici.
Greenopoli, in fondo, nasce da qui. Non da una lezione perfetta, ma da incontri imperfetti, veri. Dal tempo che ci prendiamo per ascoltare, dalla continuità, dalle relazioni che si costruiscono piano piano. Dal 2006 porto avanti questo progetto, e ogni volta mi accorgo che non sono io a insegnare qualcosa. È uno scambio.
A Padula le classi 3A, 3B, 3C, 3D e 3Q hanno partecipato così: mettendoci qualcosa di loro. E accanto a loro la professoressa Annarita Pezzella ha accompagnato tutto con attenzione, con cura. Quando un docente della scuola crea questo spazio, le cose succedono più facilmente.
C’è una frase che ritorna spesso, e che anche questa volta ho ritrovato tra le pagine: non trasmettere la paura di sbagliare. Ci penso sempre. Perché a volte, senza accorgercene, è proprio quello che facciamo. E invece forse dovremmo fare il contrario: creare le condizioni per provare, per sbagliare, per riprovare.
Io non sono un prof. Faccio il prof. E ogni volta lo faccio in modo diverso, a seconda delle persone che ho davanti. Perché la lezione frontale parla a tutti allo stesso modo. Quando invece ti avvicini, quando ti siedi accanto, quando ascolti, cambia tutto.
Quella di Padula è stata una tappa di una settimana intensa. Ma rileggendo quel quaderno, la stanchezza passa in secondo piano.
Perché lì dentro non ci sono contenuti da ricordare.
Ci sono incontri.
E quando succede questo, vuol dire che qualcosa è andato nella direzione giusta.


