Ci sono idee che nascono in un ufficio universitario, prendono forma nelle aule scolastiche e finiscono per essere discusse davanti a una platea internazionale di ricercatori.
È quanto accaduto con il percorso dedicato al fast fashion e ai rifiuti tessili sviluppato dall’Università degli Studi di Salerno insieme all’Istituto Comprensivo “Abate F. Galiani” di Montoro, un’esperienza che dal territorio irpino è arrivata fino al SUM2026, il prestigioso Simposio Internazionale su Circular Economy e Urban Mining svoltosi a Procida.
Tutto è nato da una domanda apparentemente semplice: perché produciamo così tanti rifiuti tessili?
La risposta più immediata porta al fenomeno del fast fashion, un modello di consumo basato su capi sempre nuovi, sempre più economici e acquistabili con estrema facilità attraverso smartphone e piattaforme digitali. Ma dietro quella risposta se ne nascondeva un’altra ancora più importante: come aiutare le nuove generazioni a comprendere che dietro un semplice clic si attivano filiere produttive globali, consumi di risorse naturali, emissioni, condizioni di lavoro spesso problematiche e, infine, grandi quantità di rifiuti?
Da questa riflessione è nata l’idea di costruire non soltanto un’attività educativa, ma una vera e propria ricerca scientifica capace di misurare l’efficacia dell’educazione ambientale.
Il progetto ha coinvolto circa 240 studentesse e studenti delle dodici classi della scuola secondaria di primo grado dell’Istituto Comprensivo “Abate F. Galiani” di Montoro, grazie alla collaborazione tra il Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Salerno, in particolare il gruppo di Ecologia Industriale guidato dal prof. Giovanni De Feo, e la comunità scolastica guidata dalla dirigente scolastica Domenica Cirasuolo, con il contributo delle docenti e dei docenti dell’istituto.
La ricerca è stata progettata seguendo un rigoroso approccio quasi sperimentale. Prima di qualsiasi attività, gli studenti hanno compilato un questionario dedicato a conoscenze, comportamenti e opinioni riguardanti il fast fashion, i rifiuti tessili e le possibili strategie di economia circolare. Successivamente è stato realizzato e proposto un breve video educativo di cinque minuti e trenta secondi, costruito per mostrare in modo diretto il legame tra acquisti digitali, impatti ambientali, condizioni sociali della produzione tessile e possibili alternative basate sul riuso, sulla riparazione e sul consumo responsabile.
L’idea centrale era tanto semplice quanto innovativa: ridurre la distanza psicologica tra il gesto apparentemente innocuo di acquistare un capo con uno smartphone e le conseguenze reali che quel gesto può generare lungo tutta la filiera produttiva e nella fase finale di gestione dei rifiuti.
I risultati hanno confermato l’intuizione iniziale.
Gli studenti che avevano partecipato all’intervento educativo hanno mostrato un aumento statisticamente significativo delle conoscenze sul tema, una maggiore consapevolezza delle implicazioni ambientali e sociali della moda usa e getta e una crescente disponibilità verso pratiche come il riuso e la riparazione degli abiti.
Ma i numeri raccontano soltanto una parte della storia.
Durante il percorso sono emerse domande, riflessioni e discussioni che hanno dimostrato come i ragazzi siano perfettamente in grado di comprendere la complessità delle sfide ambientali contemporanee quando vengono messi nelle condizioni di ragionare, confrontarsi e costruire collegamenti tra i propri comportamenti quotidiani e i grandi problemi globali.
L’esperienza ha inoltre dato vita a ulteriori iniziative educative e creative. Il tema del fast fashion è stato infatti affrontato anche attraverso il linguaggio audiovisivo, fino alla realizzazione di un cortometraggio che ha ottenuto un importante riconoscimento nell’ambito del progetto CINEDÙ, dimostrando come scienza, educazione e creatività possano procedere insieme nella costruzione di una nuova cultura della sostenibilità.
Tutto questo lavoro è stato presentato il 22 maggio 2026 al SUM2026 di Procida attraverso il contributo scientifico intitolato “Fast Fashion and Textile Waste: Education as a Strategic Lever for Textile Urban Mining and Circular Consumption Transition”, firmato da Giovanni De Feo, Mattia Napoli, Rosita Gargano, Umberto Vietri e Domenica Raffaella Cirasuolo.
Nel corso della presentazione è emerso con chiarezza un messaggio fondamentale: l’urban mining tessile e l’economia circolare non dipendono soltanto da nuove tecnologie di recupero e riciclo. Hanno bisogno anche di quella che i ricercatori definiscono una “soft infrastructure”, un’infrastruttura immateriale fatta di conoscenze, consapevolezza, senso critico e partecipazione.
In altre parole, l’economia circolare non si costruisce soltanto nei laboratori o nei convegni.
Si costruisce anche nelle scuole.
Nelle domande dei ragazzi.
Nella loro capacità di indignarsi, riflettere, creare e immaginare.
E forse è proprio questa la lezione più bella emersa dall’esperienza di Montoro: portare in un contesto scientifico internazionale non soltanto dati, grafici e risultati statistici, ma anche l’energia, la sensibilità e il futuro rappresentati da centinaia di giovani studenti che hanno scelto di interrogarsi sul proprio ruolo nel cambiamento.
Perché ogni grande trasformazione culturale comincia sempre da una domanda.
E spesso quella domanda nasce in un’aula scolastica.














