La mattina del 1° aprile, al Liceo Classico “Torquato Tasso” di Salerno, non si è svolta una lezione nel senso tradizionale del termine. È accaduto qualcosa di diverso, qualcosa che ha a che fare con l’educazione nel suo significato più pieno: un incontro vero.
Di quelli in cui si percepisce subito che non c’è distanza tra chi parla e chi ascolta. Di quelli in cui gli sguardi contano più delle slide, e le domande valgono più delle risposte già pronte. Fin dai primi minuti è stato chiaro che gli studenti non sarebbero stati spettatori, ma parte attiva di un processo condiviso.
Come spesso accade nei percorsi di Greenopoli, tutto è iniziato da una domanda semplice, quasi disarmante: quanta aria respiriamo ogni giorno? Una domanda che sembra banale, e che invece ha la forza di cambiare prospettiva. Tutti sanno che si bevono circa due litri d’acqua al giorno, ma pochi hanno consapevolezza del fatto che ogni giorno attraversano il nostro corpo circa venti metri cubi di aria, ovvero ventimila litri. È da qui che si apre uno spazio di riflessione autentico: se l’aria è il principale vettore di ciò che entra nel nostro organismo, allora parlare di qualità dell’aria significa parlare direttamente di salute.
In questo passaggio si inserisce naturalmente il tema del radon. Non come argomento imposto dall’esterno, ma come risposta a una domanda che ormai è diventata inevitabile.
Il radon è un gas nobile radioattivo di origine naturale. Nasce dal decadimento dell’uranio presente nella crosta terrestre e, attraverso una catena di trasformazioni, arriva a formare isotopi come il radon-222, quello più rilevante dal punto di vista sanitario. È un gas che non ha colore, non ha odore, non ha sapore. Non si vede, non si percepisce, e proprio per questo tende a essere sottovalutato. Eppure è presente ovunque, soprattutto in territori, come quello campano, caratterizzati da una forte componente vulcanica, dove rocce come il tufo favoriscono il rilascio di questo gas dal suolo.
Durante l’incontro è emerso con chiarezza un passaggio fondamentale: il radon non è un problema perché è “artificiale”, ma proprio perché è naturale. Questo punto, apparentemente controintuitivo, ha un grande valore educativo. Siamo abituati a pensare che ciò che è naturale sia automaticamente innocuo, ma il radon ci ricorda che non è così. Esistono rischi naturali che accompagnano da sempre la vita dell’uomo, e che richiedono conoscenza per essere compresi e gestiti.
Il gas si muove dal terreno verso l’atmosfera, ma quando incontra un edificio può penetrare attraverso fessure, giunti, passaggi di impianti, e accumularsi negli ambienti chiusi, in particolare nei locali interrati e seminterrati. Una volta entrato, tende a distribuirsi nello spazio disponibile, adattandosi alle condizioni dell’ambiente. Non resta confinato in un punto, ma occupa il volume, rendendo la sua presenza ancora più difficile da intuire senza strumenti adeguati.
Il nodo centrale diventa allora quello del rischio. Non un rischio astratto, ma concreto e misurabile. Il radon rappresenta la principale fonte di esposizione alla radioattività per la popolazione in condizioni normali ed è classificato come cancerogeno certo per l’uomo. Tuttavia, durante l’incontro si è insistito molto su un aspetto che ritengo decisivo dal punto di vista educativo: il rischio non va mai comunicato in modo allarmistico. Non si tratta di spaventare, ma di rendere consapevoli.
Il rischio dipende dalla concentrazione del gas e dal tempo di esposizione. E soprattutto aumenta in modo significativo in presenza di un altro fattore: il fumo di tabacco. La combinazione tra radon e fumo rappresenta una sinergia negativa molto potente, capace di moltiplicare le probabilità di sviluppare patologie polmonari. Questo passaggio è stato particolarmente importante perché ha permesso di collegare un rischio ambientale a una scelta individuale, rendendo il messaggio ancora più concreto.
A questo punto la domanda è diventata inevitabile: che cosa possiamo fare?
La risposta è semplice solo in apparenza: misurare. Perché il radon c’è anche se non lo vediamo, e l’unico modo per sapere se rappresenta un problema in un determinato ambiente è quantificarlo. La misura trasforma un rischio invisibile in un dato oggettivo, su cui è possibile intervenire con strategie di mitigazione. Parlare di dosimetri, di monitoraggi, di campagne di misura nelle scuole non è stato un passaggio tecnico fine a sé stesso, ma un modo per restituire agli studenti un’idea di controllo e di responsabilità.
L’incontro è proseguito mantenendo sempre alto il livello di partecipazione. Gli studenti hanno seguito con attenzione, sono intervenuti, hanno posto domande. Si è percepita una base di conoscenze già presente, ma soprattutto una disponibilità autentica a mettersi in gioco. In questo contesto, il contributo del collega Michele Guida, che da oltre venti anni lavora sul tema del radon insieme al collega Domenico Guida, ha rappresentato un valore aggiunto importante, portando esperienza e solidità scientifica.
Poi è arrivato il momento più atteso, quello che spesso segna il passaggio dalla comprensione all’appropriazione: il rap sul radon. Non è stato un semplice intermezzo, ma un vero e proprio dispositivo educativo. Mettere in rima un contenuto scientifico significa costringerlo a diventare essenziale, chiaro, memorabile. E quando un’intera aula si ritrova a cantare insieme parole che parlano di misura, di rischio, di scelte consapevoli, si ha la percezione concreta che quel contenuto è stato interiorizzato.
“Il radon c’è anche se non lo vedi
fai le misure se non ci credi
insieme al fumo il rischio sale su
fai la scelta giusta, smetti anche tu.”
In quel momento la scienza ha cambiato linguaggio, ma non ha perso rigore. Ha semplicemente trovato una strada diversa per arrivare.
L’iniziativa si inserisce in un quadro più ampio, reso possibile dalla collaborazione tra Regione Campania, ARPAC Campania, CUGRI, Università degli Studi di Salerno, Istituto Pilota e la scuola ospitante. La presenza dell’Assessora Claudia Pecoraro e della dirigente Maria Rosaria Della Rocca ha rafforzato il legame tra dimensione educativa e politiche pubbliche, sottolineando l’importanza della prevenzione e della diffusione della conoscenza.
Alla fine, ciò che resta di una mattinata come questa non è solo l’insieme delle informazioni trasmesse. È qualcosa di più sottile e più duraturo. È la sensazione che comprendere sia possibile, che la scienza non sia distante, che i problemi complessi possano essere affrontati insieme.
Educare al rischio significa esattamente questo: non eliminare l’incertezza, ma fornire gli strumenti per attraversarla con consapevolezza.
E quando questo accade, anche un gas invisibile come il radon diventa un’occasione per vedere meglio il mondo.














