Salerno, Parrocchia Gesù Risorto – 30 gennaio 2026, dalle 20:00 alle 21:40
C’è una differenza sostanziale tra partecipare a un incontro e scegliere di esserci. La sera del 30 gennaio 2026, dalle 20:00 alle 21:40, un gruppo di ragazze, ragazzi e adulti si è ritrovato nei locali della Parrocchia del Gesù Risorto di Salerno per parlare di Intelligenza Artificiale, ambiente e responsabilità. Un orario serale, dopo una giornata piena, che dice già molto: tempo non “ritagliato”, ma donato. Tempo scelto per fermarsi a riflettere.
L’incontro si è svolto secondo il metodo Greenopoli, seduti in cerchio. E già questo è stato il primo messaggio: non una conferenza, non una lezione frontale, ma un’esperienza condivisa, fatta di ascolto, domande, esempi, numeri, storie e scelte quotidiane.
Osservare, decidere, agire: il filo rosso della serata
L’apertura dell’incontro ha richiamato un principio tanto semplice quanto potente: osservare, decidere, agire. Prima guardare la realtà per quella che è, senza edulcorarla. Poi scegliere una direzione, anche piccola, ma consapevole. Infine, tradurre quella scelta in un’azione concreta.
È un approccio educativo che ricorda molto i cicli di miglioramento continuo: pensare, fare, verificare, correggere. Non per arrivare alla perfezione, ma per migliorare passo dopo passo. In questo senso, la conoscenza non è mai fine a sé stessa: serve per orientare le decisioni e dare senso all’azione.
Il cerchio di Greenopoli: quando la forma è già contenuto
Sedersi in cerchio non è un dettaglio logistico, ma una scelta pedagogica. Nel cerchio non esistono palco e platea, chi “sa” e chi “ascolta”. Esiste un gruppo che costruisce significato insieme. Chi parla lo fa guardando negli occhi gli altri; chi ascolta sa che, prima o poi, potrà intervenire.
Nel cerchio erano presenti adulti di riferimento e giovani del gruppo: ragazze e ragazzi con storie, curiosità e sensibilità diverse. Il clima è stato quello di un laboratorio: interventi spontanei, domande sincere, esempi concreti, rimandi continui tra esperienza personale e riflessione collettiva.
È in questo spazio che l’Intelligenza Artificiale ha smesso di essere una parola astratta ed è diventata parte dell’ambiente.
Ambiente non è solo natura: tutto fa parte dell’ambiente
Prima di affrontare il tema dell’IA, è stato necessario fermarsi su una domanda fondamentale: che cos’è l’ambiente?
La risposta non è stata data, ma costruita insieme. Ambiente non significa solo natura incontaminata, boschi o mari. Ambiente è tutto ciò che ci circonda e con cui interagiamo: persone, città, relazioni, oggetti, infrastrutture, tecnologie.
Separare rigidamente “ambiente” e “tecnologia” è un errore che ci rende ciechi. Anche uno smartphone, anche un algoritmo, anche una piattaforma digitale fanno parte dell’ambiente. E se fanno parte dell’ambiente, producono effetti nell’ambiente.
Da qui un passaggio chiave dell’incontro: non esiste impatto zero. Ogni scelta, ogni azione – e anche ogni non-scelta – ha conseguenze. L’educazione ambientale non serve a colpevolizzare, ma ad allenare lo sguardo a riconoscere le connessioni.
L’IA non è immateriale: data center, energia, acqua, miniere
L’Intelligenza Artificiale viene spesso percepita come qualcosa di leggero e impalpabile: una risposta che appare sullo schermo, un’immagine generata in pochi secondi. In realtà, l’IA è profondamente fisica.
Vive nei data center, strutture che funzionano 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Consumano grandi quantità di energia elettrica, richiedono sistemi di raffreddamento (spesso basati anche su un uso significativo di acqua) e sono costruiti con hardware che utilizza rame, litio, terre rare e altri materiali estratti dal sottosuolo.
Prima ancora che noi utilizziamo un sistema di IA, esso ha già un’impronta ecologica: mesi di calcolo per l’addestramento dei modelli, infrastrutture dedicate, supercomputer in funzione continua. L’IA può sembrare fatta d’aria, ma in realtà è fatta di metallo, plastica, energia e miniere.
Da qui un’affermazione che ha attraversato tutta la serata:
il problema non è l’Intelligenza Artificiale, ma l’uso inconsapevole dell’Intelligenza Artificiale.
Dare un peso ai numeri: quando i dati diventano comprensibili
Per rendere concreti questi concetti, non sono servite equazioni complesse, ma ordini di grandezza.
Una ricarica completa di smartphone richiede circa 10–15 Wh di energia. Tradotta in emissioni, usando valori medi dell’elettricità, significa pochi grammi di CO₂ per ricarica. Pochi, sì. Ma moltiplicati per miliardi di gesti quotidiani, diventano un impatto reale.
Lo stesso vale per l’Intelligenza Artificiale: una singola richiesta a un sistema di chat consuma pochissima energia, ma milioni di richieste attivano infrastrutture enormi, con consumi energetici e idrici significativi.
Il messaggio non è stato “non usare la tecnologia”, ma imparare a pesarla. Dare un peso ai numeri significa rendere visibile ciò che normalmente resta nascosto.
Lo smartphone inquina soprattutto quando lo cambiamo
Uno dei passaggi più sorprendenti dell’incontro ha riguardato lo smartphone. Intuitivamente pensiamo che “inquini” quando lo usiamo. In realtà, gran parte della sua impronta ambientale è legata alla fase di produzione, non all’uso quotidiano.
Estrarre i materiali, produrre i componenti, assemblare e trasportare il dispositivo ha un costo ambientale molto maggiore rispetto alle ricariche giornaliere. Per questo, una delle azioni più efficaci per ridurre l’impatto è allungare la vita del telefono: ripararlo, sostituire la batteria, riutilizzarlo.
La sostenibilità, spesso, non richiede nuove tecnologie, ma meno sostituzioni.
Racconti, cinema e cultura: rendere la sostenibilità umana
Per rendere accessibili concetti complessi, durante l’incontro sono stati utilizzati riferimenti narrativi e culturali. Dal cinema italiano, con l’immagine di Ricomincio da tre e della fatica condivisa, fino al concetto di sliding doors: piccole scelte che possono cambiare traiettorie intere.
Sono emersi anche richiami alla tradizione culturale salernitana, alla cura come valore antico, alla conoscenza come strumento di responsabilità. Perché la sostenibilità non è una moda recente: è una storia lunga, fatta di attenzione, misura e cura quotidiana.
Le domande finali: curiosità che diventano responsabilità
Nella parte conclusiva dell’incontro, le ragazze e i ragazzi hanno posto domande concrete: come è fatto un data center? Dove sono collocati? Che ruolo può avere l’energia nucleare? Domande che mostrano una consapevolezza crescente: dietro il digitale ci sono luoghi fisici, reti elettriche, scelte energetiche e decisioni collettive.
La proposta operativa: misurare la propria “dieta digitale”
La serata si è chiusa con una richiesta chiara: passare all’azione. La proposta è stata tanto semplice quanto potente: misurare la propria dieta digitale.
Tenere un diario per una settimana. Annotare tempo sui social, numero di richieste all’IA, ricariche dello smartphone. Tradurre questi dati in energia e CO₂. Non per colpevolizzare, ma per capire.
Perché vale una regola fondamentale di Greenopoli:
se non misuri, non puoi gestire; se non gestisci, non puoi prendertene cura.
Misurare è il primo atto di responsabilità. E quando la responsabilità è condivisa in un cerchio, diventa educazione.
La tecnologia non ci rende sostenibili. Le persone sì.
L’Intelligenza Artificiale può aiutare: ottimizzare consumi, sostenere la ricerca, ridurre sprechi, migliorare l’educazione. Ma non sostituisce il pensiero critico, né il cervello umano.
Alla fine dell’incontro, il messaggio è rimasto chiaro: la sostenibilità non è spegnere la tecnologia, ma accenderla con consapevolezza. Ogni click ha un costo. La vera domanda non è “posso farlo?”, ma “ne vale la pena?”.
Ed è proprio da domande come queste che continua a nascere Greenopoli. 🌱
