Rialzati e fatti sentire: la prima puntata del 2026 su CRT Radio, tra bullismo, responsabilità e speranza

L’8 gennaio, negli studi di CRT Radio, è andata in onda la prima puntata del 2026 di Rialzati e fatti sentire, il programma che “dà voce a chi troppo spesso resta in silenzio”. In studio, con Gabriel Iannuzzo e Guido De Feo, il dialogo ha toccato il bullismo e la violenza giovanile, ma anche la scuola, i social, le regole, il ruolo degli adulti e – soprattutto – la possibilità concreta di rialzarsi.

Non è stata una conversazione “a compartimenti stagni”. Come è stato detto chiaramente: “tutto è collegato, nulla è scollegato”. E questa connessione, vista con lo sguardo di Greenopoli, è forse il punto più prezioso della serata.

 

La prima domanda lanciata in studio ha avuto il sapore di una provocazione: l’università parla davvero ai giovani o resta chiusa nelle sue torri d’avorio? Una domanda scomoda, affrontata senza difese. Perché se è vero che una certa autoreferenzialità esiste, è altrettanto vero che oggi all’università viene chiesto qualcosa di diverso: uscire, contaminare, restituire. Non solo produrre sapere, ma farlo circolare; non solo studiare la società, ma contribuire a cambiarla. La conoscenza, se resta chiusa dentro le aule, rischia di diventare sterile. Quando invece incontra le persone, può diventare trasformazione concreta.

Da qui il discorso si è spostato naturalmente su uno dei temi più delicati: il bullismo. Non come etichetta, ma come esperienza vissuta. Sentirsi “fuori posto” non richiede grandi differenze: basta essere più timidi, avere gusti diversi, amare lo studio, non conformarsi. È in questo scarto che nasce spesso l’esclusione. In studio è emersa un’immagine efficace: non tutti indossano la stessa corazza. C’è chi regge gli urti e chi, con una protezione più fragile, può ferirsi profondamente, fino a chiudersi e perdersi pezzi importanti della propria crescita.

L’adolescenza, poi, è il tempo dell’appartenenza forzata: essere come gli altri per non restare soli. E così si accettano compromessi, si fanno scelte che non rispecchiano davvero ciò che si è. Il messaggio che attraversa tutta la puntata è chiaro: non serve rispondere alla violenza con altra violenza, né alzare il livello dello scontro. Serve invece rompere il silenzio, chiedere aiuto, parlare con chi può intervenire. Perché il cambiamento, prima ancora che nei gesti, nasce nel linguaggio. Le parole possono ferire, ma possono anche aprire strade.

Quando la conversazione ha toccato la violenza giovanile, il quadro si è allargato. Non è solo una questione di ordine pubblico, né un problema isolato. È il risultato di contesti, modelli, abitudini. Tra queste, l’uso dell’alcol è emerso come fattore critico, soprattutto quando si intreccia con la guida e con la perdita di controllo. Qui è arrivato uno dei passaggi più netti della serata: le regole non sono un limite alla libertà, ma una forma di protezione collettiva. Servono a far convivere le persone, non a imbrigliarle.

Il rispetto delle regole, però, non è un concetto astratto. Parte dai gesti quotidiani: non buttare rifiuti a terra, attraversare sulle strisce, dare il buon esempio. Perché il degrado chiama altro degrado. Quando l’incuria diventa normale, anche la violenza trova terreno fertile.

I social network hanno poi aperto un altro fronte delicato. Dietro uno schermo, spesso, cadono i freni inibitori e si dimentica che le parole hanno peso, conseguenze, responsabilità. Odio, aggressività, false amicizie: nulla di virtuale, in realtà. La riflessione emersa non si è fermata al dilemma tra divieti e libertà, ma ha puntato dritto al nodo centrale: senza consapevolezza e responsabilità, nessuno strumento può dirsi neutro. Serve educazione digitale, ma serve anche il coraggio degli adulti di interrogarsi sul proprio ruolo.

La scuola è entrata nel dibattito con una critica lucida: quando i programmi restano fermi e il mondo cambia velocemente, il rischio è quello di trasformare l’istruzione in un museo. Non per colpa di chi insegna o di chi impara, ma per inerzia del sistema. L’idea emersa è semplice quanto radicale: oltre al passato, bisognerebbe insegnare il futuro. E soprattutto riscoprire una competenza oggi rarissima: l’ascolto. In un tempo in cui tutti parlano, saper ascoltare diventa un atto controcorrente.

Ambiente e disagio giovanile, a questo punto, non potevano che incontrarsi. Non come battaglie separate, ma come parti dello stesso problema. Da un lato la preoccupazione – che a volte diventa ecoansia – dall’altro la difficoltà di trasformare questa inquietudine in comportamenti concreti. Qui torna una delle idee fondanti di Greenopoli: il cambiamento parte da ciascuno. Non come slogan, ma come pratica quotidiana. Se vuoi un ambiente più pulito, comincia dal tuo spazio. La responsabilità non è una parola da pronunciare, è un’azione da compiere.

La chiusura della puntata ha lasciato spazio alla speranza. Non ingenua, ma fondata sull’esperienza. I giovani non sono un problema da contenere, ma la risorsa più grande che abbiamo. Parlare di sviluppo sostenibile, in questo senso, significa guardare lontano: soddisfare i bisogni di oggi senza sottrarre futuro a chi verrà. Le future generazioni non sono un’idea astratta, ma persone reali, con volti, sogni, possibilità.

Rialzarsi, allora, non significa fare rumore. Significa scegliere le parole giuste, usarle con rispetto, ascoltare davvero. E, quando serve, avere anche il coraggio di essere scomodi.