La speranza non aspetta: si coltiva. E si coltiva insieme

Mr. Greenopoli alla scoperta della “Spirale che Riconnette”: quando educare significa ritrovare il coraggio di agire

Ci sono appuntamenti che segni da tempo sul calendario e ai quali vorresti partecipare dall’inizio alla fine. Questa volta, però, un piccolo acciacco mi ha costretto a rinunciare alla prima giornata. Anche Mr. Greenopoli, ogni tanto, deve fare i conti con qualche imprevisto!

Sono riuscito comunque a raggiungere il Circolo Didattico Statale “Eduardo De Filippo” di Santa Maria la Carità nella seconda giornata del seminario “Coltivare speranza attiva nell’epoca del collasso eco-climatico”, dedicato al percorso della Spirale che Riconnette, ispirato al pensiero dell’ecofilosofa Joanna Macy.

Sono bastate poche ore per capire che non stavo partecipando a un semplice corso di formazione. Stavo entrando in una comunità di persone che avevano scelto di fermarsi, riflettere, ascoltarsi e interrogarsi sul proprio ruolo di educatori in un tempo attraversato da crisi ambientali, sociali e culturali.

Una scuola che educa ancora prima delle lezioni

La prima lezione l’ho ricevuta prima ancora di entrare nell’aula.

Passeggiando nei corridoi ho trovato una scuola che parla attraverso i suoi spazi. Disegni, murales, porte decorate con alberi, animali, musica, colori e fantasia raccontano una comunità educativa che mette i bambini al centro.

Mi ha fatto particolarmente piacere ritrovare appesi alle pareti alcuni manifesti realizzati nell’ambito del progetto “Io ci tengo… e tu?” e “Differenziamo… e tu lo sai fare?”, sviluppati insieme a Greenopoli.

È stata una piccola emozione. Non tanto perché c’era un progetto che conosco bene, ma perché quei materiali non erano semplicemente esposti: facevano ormai parte della vita quotidiana della scuola. È questo il destino più bello di un percorso educativo: continuare a parlare anche quando l’incontro è finito.

La spirale che trasforma la preoccupazione in speranza

Il cuore della giornata è stato il metodo elaborato da Joanna Macy, conosciuto nel mondo come The Work That Reconnects.

Una proposta che parte da una constatazione semplice ma spesso dimenticata: davanti alle grandi crisi del nostro tempo non basta accumulare informazioni. Occorre imparare a vivere quelle emozioni senza restarne paralizzati.

La Spirale si sviluppa attraverso quattro passaggi.

Si parte dalla gratitudine, perché riconoscere ciò che abbiamo ricevuto ci ricorda che la vita è un dono.

Si passa poi a onorare il dolore per il mondo, senza nasconderlo e senza vergognarsene.

Successivamente si impara a vedere con occhi nuovi, adottando uno sguardo sistemico, capace di cogliere le connessioni che uniscono persone, ambiente, società ed economia.

Infine arriva il momento di andare avanti verso l’azione.

È proprio questa parola – azione – che ho sottolineato più volte nei miei appunti.

“Io non posso esistere da solo”

Tra le tante frasi annotate sul mio quaderno ce n’è una che continua ad accompagnarmi.

“Io non posso esistere da solo. Esisto grazie agli ecosistemi di cui faccio parte.”

È probabilmente questa la sintesi più efficace dello sguardo ecosistemico.

Viviamo in una cultura che tende a separare tutto.

Ambiente da economia.

Scuola da territorio.

Persone da natura.

Problemi da soluzioni.

La Spirale, invece, invita a ricostruire le connessioni.

Nulla nasce da zero.

Ogni gesto produce conseguenze.

Ogni relazione modifica il sistema.

Ogni scelta educativa contribuisce a costruire il futuro.

Il dolore non è il contrario della speranza

Uno dei momenti che mi ha colpito maggiormente è stato quello dedicato al dolore.

Siamo abituati a pensare che chi educa debba sempre trasmettere ottimismo.

In realtà è stato detto qualcosa di molto diverso.

Provare dolore per ciò che accade al nostro pianeta è un buon segno.

Significa che non siamo diventati indifferenti.

Che continuiamo a sentirci parte della vita.

Quel dolore non va rimosso.

Va accolto.

Condiviso.

Trasformato.

Perché solo ciò che attraversiamo davvero può diventare energia per cambiare.

La risposta che conosco meglio

A un certo punto mi sono ritrovato a scrivere sul quaderno una domanda.

“Mi viene voglia di agire. Cosa fare?”

La risposta è arrivata quasi spontaneamente.

Educazione.

Forse perché è la lingua che conosco meglio.

Ogni volta che entro in una scuola mi convinco sempre di più che la sostenibilità non nasce dalle norme, ma dalle persone.

Le regole sono indispensabili.

Ma è l’educazione che rende naturale rispettarle.

Greenopoli e la speranza attiva

Ascoltando gli interventi mi sono accorto che molti principi della Spirale dialogano naturalmente con il metodo Greenopoli.

La gratitudine.

La partecipazione.

L’apprendimento attraverso l’esperienza.

Il coinvolgimento delle famiglie.

La costruzione di comunità.

La convinzione che conoscenze ed emozioni debbano camminare insieme.

Non si tratta di dire che Greenopoli aveva già scoperto tutto.

Al contrario.

Questa esperienza mi ha confermato quanto sia importante continuare a studiare, confrontarsi e lasciarsi contaminare da idee nuove.

Chi educa smette di crescere nel momento in cui pensa di essere arrivato.

Una rete invisibile

Tra i libri presentati durante il seminario c’era Coming Back to Life, di Joanna Macy e Molly Brown.

Ma c’era soprattutto una parola che tornava continuamente.

Riconnettere.

Riconnettere le persone.

Le scuole.

Le famiglie.

Le amministrazioni.

Le associazioni.

Le comunità.

Forse è proprio questa la grande sfida educativa del nostro tempo.

Ricostruire quella rete invisibile che rende possibile ogni cambiamento.

Che cosa porto a casa?

L’ultima attività proponeva una domanda tanto semplice quanto profonda.

Che cosa prendo e che cosa lascio andare dopo questi due giorni?

Sul mio quaderno ho scritto:

  • l’arricchimento umano;
  • l’entusiasmo;
  • l’affetto;
  • una diversa percezione del tempo.

E poi, sorridendo, ho aggiunto anche un piccolo impegno personale.

Lasciare andare un po’ il telefono.

Per recuperare qualcosa che nessuna tecnologia potrà mai sostituire.

Le relazioni.

L’ascolto.

La presenza.

La comunità.

Sono tornato a casa con molti appunti, alcuni libri da leggere e tante idee da approfondire. Ma soprattutto sono tornato con una certezza ancora più forte.

La speranza non è un sentimento ingenuo.

È una scelta quotidiana.

È il coraggio di continuare a educare anche quando il futuro sembra incerto.

Perché, come insegna Greenopoli da quasi vent’anni, ogni cambiamento importante nasce sempre da una persona che decide di fare il primo passo.

E scopre, quasi con sorpresa, di non essere sola.