Solofra, Montoro e Serino: un Polo Ambientale per trasformare i problemi in opportunità

Il 16 ottobre 2026 ho partecipato a Solofra al convegno “Eco Sostenibilità – Transizione ambientale del Polo Industriale del Distretto Solofra Montoro Serino”. Una giornata di confronto tra imprese, istituzioni, professionisti e università, dalla quale sono emerse opportunità concrete, questioni ancora aperte e una convinzione: la transizione ecologica non si realizza con gli slogan, ma attraverso conoscenza, collaborazione, responsabilità e progetti sostenibili.

Tre territori, un futuro da costruire insieme

Venerdì 16 ottobre 2026 sono tornato a Solofra per partecipare a un incontro dedicato a una questione che considero particolarmente importante: il futuro ambientale, economico e sociale del distretto industriale che comprende Solofra, Montoro e Serino.

Il convegno si è svolto nella Sala Convegni del Complesso Monumentale di Santa Chiara, nei pressi di Piazza San Michele, ed è stato promosso dalla BCC Capaccio Paestum Serino, insieme a Co.Svi.Te., Fondazione De Chiara De Maio e alle altre realtà coinvolte nell’iniziativa.

Il titolo, Eco Sostenibilità, racchiudeva un obiettivo ambizioso: avviare un percorso condiviso verso la costituzione di un Polo Ambientale di Distretto, capace di mettere in relazione il mondo produttivo, le istituzioni, la ricerca e le competenze tecniche.

A moderare l’incontro è stato Nicola Saldutti, caporedattore dell’area Economia del Corriere della Sera, che ha accompagnato il confronto tra i diversi protagonisti.

La scelta di ragionare su Solofra, Montoro e Serino come un unico territorio funzionale mi è sembrata particolarmente significativa.

Si tratta di tre comuni con caratteristiche differenti ma profondamente collegati dal punto di vista geografico, produttivo, ambientale e sociale. Da un lato, la tradizione conciaria di Solofra, con le sue competenze e la sua storia industriale. Dall’altro, le attività agroalimentari, commerciali, artigianali e produttive presenti nel comprensorio di Montoro e Serino.

E soprattutto un elemento che accomuna tutti: le problematiche ambientali non si fermano ai confini amministrativi.

L’acqua attraversa i territori. L’inquinamento può propagarsi. Le attività produttive si influenzano reciprocamente. I rifiuti, le materie prime, l’energia e i trasporti generano relazioni che non sempre coincidono con i confini dei comuni.

Per questo ritengo che ragionare alla scala del distretto possa rappresentare un primo passo nella direzione giusta.

Non basta, però, disegnare un perimetro sulla carta. Occorre costruire una visione comune, definire obiettivi realistici e, soprattutto, comprendere che cosa ciascuno sia disposto a mettere a disposizione degli altri.

La sostenibilità comincia dalla collaborazione

La prima parte dell’incontro ha consentito di comprendere la visione degli organizzatori.

Tra gli interventi introduttivi, quelli di Armando Sparano, vicepresidente vicario della BCC Capaccio Paestum Serino, Angelo Marra, coordinatore di Co.Svi.Te. per l’area irpina, e Diodato De Maio, presidente della Fondazione De Chiara De Maio, hanno contribuito a delineare il significato dell’iniziativa.

È emerso il desiderio di favorire lo sviluppo del territorio attraverso un progetto che non riguardi una singola azienda o una particolare categoria produttiva, ma che possa diventare un riferimento per il sistema economico locale.

Mi ha colpito soprattutto l’idea di considerare la sostenibilità come un percorso da costruire attraverso la partecipazione.

Un Polo Ambientale non può nascere esclusivamente dall’iniziativa di un soggetto, per quanto autorevole o dotato di risorse. Ha bisogno di imprese disponibili a collaborare, professionisti capaci di affrontare problemi complessi, istituzioni pronte ad accompagnare i processi e università impegnate nella ricerca di soluzioni scientificamente fondate.

Durante il confronto è emersa anche una questione che considero centrale: per realizzare un progetto collettivo, ogni partecipante deve essere disposto a rinunciare a una piccola parte della propria autonomia decisionale.

Non significa perdere indipendenza. Significa riconoscere che alcuni problemi possono essere affrontati meglio insieme.

Una delle espressioni più interessanti emerse nella discussione è stata quella di un Polo Ambientale di prossimità.

La prossimità può rappresentare un vantaggio per la riduzione di determinati trasporti, per la condivisione di servizi e infrastrutture, per l’organizzazione dei flussi di materiali e per la creazione di nuove relazioni industriali.

Ma bisogna evitare un equivoco: la prossimità geografica, da sola, non garantisce la sostenibilità.

Una soluzione deve essere valutata anche in termini ambientali, economici, tecnici e sociali. Un processo localizzato vicino alle imprese potrebbe rivelarsi vantaggioso, ma soltanto un’analisi completa può dimostrarlo.

Dall’idea al progetto: autorizzazioni, controlli e legalità

Uno dei primi approfondimenti tecnici è stato affidato all’ingegnere Massimo Pace, dirigente della struttura regionale competente in materia di autorizzazioni ambientali e rifiuti per Avellino e Salerno.

Il suo contributo ha richiamato l’attenzione sulla complessità del quadro amministrativo e autorizzativo.

In un settore come quello della gestione dei rifiuti, la conoscenza delle procedure non costituisce un dettaglio burocratico. È una condizione indispensabile per progettare correttamente qualsiasi attività.

Il riferimento principale è il Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152, il cosiddetto Testo Unico Ambientale, che disciplina, tra l’altro, la gestione dei rifiuti, la tutela delle acque, le emissioni e diverse procedure autorizzative.

Due disposizioni sono particolarmente rilevanti per le attività di recupero.

L’articolo 208 riguarda l’autorizzazione unica per i nuovi impianti di smaltimento e recupero dei rifiuti.

L’articolo 216, invece, disciplina le procedure semplificate per determinate operazioni di recupero, nel rispetto di specifiche condizioni e norme tecniche.

A queste discipline si aggiungono, quando applicabili, l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), regolata dalla Parte Seconda del D.Lgs. 152/2006, e l’Autorizzazione Unica Ambientale (AUA), disciplinata dal DPR 59/2013.

Non si tratta di autorizzazioni intercambiabili: la procedura dipende dalle caratteristiche dell’attività, dalla tipologia dei materiali, dalla capacità degli impianti e dal quadro normativo applicabile.

Il messaggio che ho ricavato dal confronto è semplice: un progetto ambientale deve essere tecnicamente valido, ma deve anche essere giuridicamente e amministrativamente realizzabile.

La pubblica amministrazione non dovrebbe essere percepita come un ostacolo da aggirare, bensì come un interlocutore necessario per assicurare il rispetto delle regole, la tutela dell’ambiente e la correttezza delle attività.

Naturalmente, questo richiede anche procedure chiare, tempi ragionevoli, competenze adeguate e capacità di dialogo.

Quando un rifiuto può tornare a essere una risorsa?

Il tema del recupero dei materiali ha attraversato numerosi interventi della giornata.

L’ingegnere Francesco Coda, consulente ambientale, ha contribuito a portare il confronto sul terreno delle possibili applicazioni tecniche, della progettazione impiantistica e della valorizzazione degli scarti.

Uno dei concetti fondamentali è quello di End of Waste, letteralmente “cessazione della qualifica di rifiuto”.

È un tema particolarmente importante perché riguarda il passaggio dalla gestione di un materiale come rifiuto al suo eventuale ritorno nel sistema economico come prodotto.

L’articolo 184-ter del D.Lgs. 152/2006 stabilisce le condizioni per la cessazione della qualifica di rifiuto dopo un’operazione di recupero.

Non basta, quindi, sostenere che un rifiuto possa diventare utile per attribuirgli automaticamente la qualifica di prodotto.

Occorre dimostrare che il materiale sia destinato a uno scopo specifico, che esista una domanda o un mercato, che siano rispettati i requisiti tecnici e gli standard applicabili e che l’utilizzo non comporti impatti complessivi negativi per la salute e l’ambiente.

In assenza di criteri generali pertinenti, la normativa contempla anche la definizione di criteri specifici nell’ambito delle procedure autorizzative previste.

È proprio qui che la ricerca può svolgere un ruolo decisivo.

La possibilità di recuperare un materiale deve essere verificata attraverso la caratterizzazione chimico-fisica, lo studio del processo, la valutazione delle prestazioni del prodotto ottenuto e l’analisi degli eventuali rischi ambientali.

Non tutti i rifiuti possono essere recuperati. Non tutte le tecnologie sono economicamente convenienti. Non tutti i prodotti ottenibili trovano un mercato.

Ma alcune opportunità meritano certamente di essere studiate.

E in un distretto produttivo che comprende settori diversi possono emergere occasioni particolarmente interessanti di simbiosi industriale: ciò che rappresenta uno scarto per un’impresa potrebbe, in determinate condizioni, diventare una risorsa per un’altra.

Le questioni giuridiche: deposito, intermediazione e responsabilità

L’avvocata Letizia Romano ha approfondito il ruolo delle norme nella gestione dei rifiuti e nelle possibili configurazioni organizzative del futuro Polo Ambientale.

Si è trattato di un contributo importante perché ha mostrato quanto sia necessario definire correttamente le responsabilità dei diversi soggetti coinvolti.

Un conto è offrire alle aziende servizi di consulenza tecnica, amministrativa e giuridica. Un altro è svolgere attività di intermediazione dei rifiuti. Un altro ancora è realizzare e gestire un impianto nel quale i rifiuti vengano effettivamente ricevuti, stoccati o trattati.

Sono attività differenti, sottoposte a requisiti differenti.

La distinzione è particolarmente importante anche per quanto riguarda il deposito temporaneo prima della raccolta.

L’articolo 185-bis del D.Lgs. 152/2006 consente il deposito temporaneo senza una specifica autorizzazione soltanto quando siano rispettate tutte le condizioni previste dalla legge, comprese quelle relative al luogo di produzione, alle quantità, ai tempi, alla separazione dei materiali e alle prescrizioni applicabili ai rifiuti pericolosi.

Un centro comune nel quale più aziende conferiscano i propri rifiuti non può, quindi, essere considerato automaticamente un semplice deposito temporaneo.

A seconda delle operazioni svolte, possono assumere rilievo attività quali la messa in riserva (R13) o altre operazioni di recupero e trattamento, da valutare sulla base della normativa e degli specifici titoli autorizzativi.

Anche l’intermediazione dei rifiuti senza detenzione richiede attenzione: l’esercizio di tale attività è soggetto all’iscrizione nella categoria 8 dell’Albo Nazionale Gestori Ambientali, secondo i requisiti applicabili.

Sono questioni che possono apparire eccessivamente specialistiche, ma che diventano fondamentali quando si passa dalle intenzioni alla progettazione concreta.

Il futuro Polo Ambientale dovrà necessariamente partire da una domanda: quali attività intende realmente svolgere?

Solo dopo sarà possibile identificare correttamente la configurazione giuridica, le responsabilità, le autorizzazioni e gli investimenti necessari.

La sostenibilità economica e il ruolo della finanza

A chiudere la sessione tecnica è stato Adriano Zucchelli, Senior Advisor di BIT S.p.A., società del Gruppo BCC Iccrea.

Il suo intervento ha permesso di affrontare un’altra dimensione indispensabile: quella economico-finanziaria.

Anche il progetto ambientalmente più interessante deve dimostrare di essere sostenibile sul piano degli investimenti, della gestione e dei risultati attesi.

Occorre comprendere chi sostiene i costi iniziali, chi finanzia le attività, quali servizi vengono offerti, quali benefici economici possono derivare dalle soluzioni adottate e quali rischi devono essere gestiti.

La sostenibilità ambientale non può essere separata da quella economica.

Un Polo Ambientale potrebbe aiutare le imprese ad affrontare alcuni costi che, se gestiti individualmente, risultano particolarmente onerosi.

Penso, per esempio, alla condivisione di determinate competenze tecniche, ai servizi di caratterizzazione dei materiali, alla ricerca di soluzioni di recupero, all’organizzazione di percorsi formativi e all’accesso a strumenti finanziari.

È emerso anche il tema della valutazione delle prestazioni ambientali e della loro possibile rilevanza nell’accesso al credito.

In questo ambito strumenti come i sistemi di gestione ambientale, i bilanci di sostenibilità e le valutazioni dei rischi possono contribuire a rendere più trasparenti le attività aziendali.

Naturalmente, un miglioramento delle prestazioni ambientali non determina automaticamente condizioni creditizie migliori: saranno necessari progetti solidi, dati verificabili e valutazioni finanziarie adeguate.

L’Università di Salerno e il contributo del Dipartimento di Ingegneria Industriale

Nella parte conclusiva della sessione tecnica siamo intervenuti io e la professoressa Tina Liguori, direttrice del Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università degli Studi di Salerno.

La direttrice ha illustrato la struttura del Dipartimento, richiamandone le tre grandi aree di competenza: Ingegneria Elettronica, Ingegneria Chimica e Alimentare, Ingegneria Meccanica e Gestionale.

Ha presentato alcuni esempi delle attività scientifiche sviluppate nel Dipartimento, soffermandosi sulle possibili connessioni con le esigenze produttive del territorio e con i settori agroalimentare e conciario.

Il suo intervento ha avuto il merito di mostrare che l’università può contribuire al progetto attraverso modalità differenti.

Si può cominciare da tirocini e tesi di laurea, proseguire con dottorati industriali, contratti e convenzioni di ricerca, fino alla costruzione di veri e propri progetti scientifici e tecnologici.

Sono strumenti concreti che permettono di mettere in relazione le esigenze delle imprese con le competenze scientifiche.

Il Dipartimento dispone di professionalità, laboratori e conoscenze in numerosi ambiti, ma naturalmente qualsiasi attività sperimentale richiede risorse umane, strumentali ed economiche adeguate.

Per questo una collaborazione efficace deve nascere da problemi ben definiti, obiettivi condivisi e una chiara individuazione delle risorse necessarie.

Il mio intervento: costruire il futuro senza dimenticare il presente

Quando è arrivato il mio turno, ho deciso di ripartire proprio dalle parole della direttrice Tina Liguori.

Ho cercato di proporre un ragionamento comprensibile, senza rinunciare alla complessità scientifica delle questioni affrontate.

Come faccio spesso anche attraverso il mio progetto Greenopoli, ho provato a guardare ai problemi non soltanto come difficoltà, ma anche come possibili opportunità.

Non perché i problemi ambientali debbano essere minimizzati. Tutt’altro.

Credo che il primo dovere di un ingegnere ambientale sia riconoscerli, comprenderli e affrontarli con gli strumenti della scienza.

Ho voluto sottolineare un concetto: dobbiamo lavorare contemporaneamente su due livelli, quello del presente e quello del futuro.

Mentre immaginiamo il Polo Ambientale del domani, non possiamo trascurare le criticità che il territorio continua a vivere oggi.

Il depuratore e il problema delle emissioni odorigene

Ho richiamato innanzitutto la necessità di continuare a migliorare il sistema di depurazione del comprensorio industriale, con particolare attenzione all’efficienza dei trattamenti e al contenimento delle emissioni odorigene.

I cattivi odori non sono soltanto un problema di percezione. Possono incidere sensibilmente sulla qualità della vita delle persone e sul rapporto di fiducia tra attività industriali e comunità locali.

Le criticità storiche dell’impianto di Solofra sono documentate anche da atti pubblici.

La Regione Campania, per esempio, ha avviato una procedura di gara relativa agli interventi necessari per il contenimento delle emissioni in atmosfera provenienti dall’impianto di depurazione, con una base d’asta di circa 1,48 milioni di euro.

Questo dato documenta l’esistenza di una specifica iniziativa pubblica sul problema, ma non consente, da solo, di stabilire l’attuale efficacia degli interventi o l’eventuale superamento di tutte le criticità.

È dunque necessario continuare a ragionare sulle prestazioni effettive degli impianti, sulla manutenzione, sui controlli e sugli investimenti.

Il tetracloroetilene e la contaminazione della falda

Un’altra questione che ho richiamato è quella, particolarmente delicata, della contaminazione della falda Solofrana-Montorese da tetracloroetilene, noto anche come PCE.

Il tetracloroetilene è un composto organico clorurato utilizzato storicamente in diverse applicazioni industriali. La sua presenza nelle acque sotterranee pone problemi ambientali e sanitari che richiedono attenzione, controlli e approfondimenti scientifici.

La complessità del fenomeno deriva anche dal comportamento dei contaminanti nel sottosuolo, dalla struttura degli acquiferi e dalla possibile diffusione della contaminazione lungo le direttrici di flusso.

Non si tratta di una questione che possa essere risolta con dichiarazioni generiche o con interventi improvvisati.

Nel giugno 2026 la Regione Campania ha dedicato alla falda Solofrana-Montorese un tavolo tecnico specifico, coinvolgendo istituzioni, ARPAC, università e organismi competenti nella gestione della risorsa idrica.

Il confronto ha riguardato il monitoraggio, la ricostruzione del quadro idrogeologico, la delimitazione delle aree interessate e la ricerca di possibili interventi di messa in sicurezza e bonifica.

La Regione ha indicato nell’area industriale intercomunale tra Solofra e Montoro un’area di particolare interesse per gli approfondimenti tecnici.

È la conferma che ci troviamo davanti a un problema reale, complesso e ancora bisognoso di conoscenza e interventi.

Nel mio intervento ho voluto distinguere due obiettivi, entrambi importanti ma differenti: la bonifica della falda e la sicurezza dell’acqua destinata al consumo umano.

Una bonifica integrale, rapida e semplice di un sistema idrogeologico tanto complesso non è realisticamente immaginabile senza studi approfonditi, una strategia articolata e risorse adeguate.

Questo non significa rinunciare alla bonifica. Significa affrontarla con realismo scientifico.

Parallelamente, è necessario garantire che i sistemi di approvvigionamento e potabilizzazione siano adeguati ai rischi presenti e costantemente monitorati.

L’acqua distribuita alle popolazioni deve rispettare i requisiti previsti dalla normativa vigente, oggi disciplinata dal D.Lgs. 18/2023, e successive modificazioni.

L’eventuale presenza di contaminazione nella falda non equivale automaticamente a una non conformità dell’acqua erogata agli utenti: si tratta di matrici e punti di controllo differenti, che richiedono dati analitici specifici.

Proteggere la salute delle persone nel presente e programmare il risanamento ambientale nel medio e lungo periodo devono essere obiettivi complementari.

Quale Polo Ambientale vogliamo realizzare?

Dopo aver richiamato queste criticità, sono tornato al tema centrale del convegno.

Ho proposto di immaginare il Polo Ambientale attraverso due possibili livelli di sviluppo.

Il primo potrebbe essere un Polo Ambientale di servizi e competenze, una struttura capace di accompagnare le imprese attraverso attività di consulenza, assistenza tecnica, formazione, supporto amministrativo e individuazione delle opportunità di recupero.

In questa configurazione potrebbe diventare un punto di riferimento per le aziende del distretto.

Potrebbe favorire lo scambio di informazioni, aiutare le imprese a riconoscere le potenzialità dei propri scarti, individuare collaborazioni, sostenere percorsi autorizzativi e promuovere progetti di ricerca.

Richiamando le riflessioni dell’avvocata Letizia Romano, ho ricordato anche la possibilità di valutare attività di intermediazione dei rifiuti, purché organizzate nel rispetto dei requisiti normativi.

La seconda prospettiva è quella di un Polo Ambientale dotato di infrastrutture e processi tecnologici.

In questo caso si potrebbe pensare a laboratori, impianti sperimentali, attività di trattamento e processi di recupero di specifici materiali.

Ma qui il percorso diventa inevitabilmente più impegnativo.

Prima di investire occorre conoscere i flussi, caratterizzare i materiali, verificare la fattibilità tecnica, analizzare gli impatti ambientali, valutare i costi e individuare i potenziali utilizzatori dei prodotti ottenuti.

È necessario chiedersi quali processi abbiano davvero senso e quali possano contribuire in maniera misurabile alla sostenibilità del territorio.

Perché non bisogna costruire un impianto soltanto perché è tecnologicamente possibile farlo.

Bisogna dimostrare che sia utile, sicuro, sostenibile e rispondente a un bisogno reale.

A questo proposito considero fondamentale un approccio basato sull’analisi del ciclo di vita (LCA) e, quando necessario, sull’analisi dei costi lungo il ciclo di vita (LCC), integrate con valutazioni tecniche, economiche e sociali.

Una soluzione può sembrare vantaggiosa se osservata da vicino, ma presentare criticità se si estende lo sguardo all’intero sistema.

L’obiettivo non deve essere spostare un impatto da un processo a un altro, bensì ridurre gli impatti complessivi.

Una regola fondamentale: la ricerca ha bisogno di risorse

Ho voluto sottolineare anche un aspetto che ritengo essenziale.

La collaborazione tra università e imprese deve essere costruita con entusiasmo, ma anche con realismo.

La ricerca scientifica richiede tempo, personale, materiali, attrezzature, energia, manutenzione e risorse finanziarie.

Una sperimentazione può comportare prove di laboratorio, campagne di campionamento, analisi chimiche, studi di fattibilità, progettazione di prototipi e verifiche delle prestazioni.

Tutte queste attività hanno un costo.

È possibile cominciare con incontri esplorativi, individuando le esigenze delle aziende e verificando la disponibilità delle diverse competenze.

Ma quando si passa a vere attività scientifiche occorre prevedere finanziamenti adeguati.

Non è una questione secondaria, né una mancanza di disponibilità.

È una condizione necessaria per condurre ricerche serie, riproducibili e utili.

Il contributo dell’Università di Salerno potrebbe quindi svilupparsi progressivamente, partendo da attività formative e progettuali e arrivando, dove esistano le condizioni, a collaborazioni scientifiche strutturate.

Il primo passo potrebbe essere proprio quello di sedersi allo stesso tavolo, ascoltare le imprese e individuare un numero limitato di problematiche concrete sulle quali concentrare le energie.

La voce delle imprese: una filiera che conosce già il valore del recupero

La parte dedicata agli interventi del mondo produttivo ha aggiunto al confronto numerosi elementi di concretezza.

Ciro Bruno, rappresentante di UNIC – Unione Nazionale Industria Conciaria, ha richiamato le caratteristiche di un settore industriale che rappresenta una componente importante del sistema manifatturiero italiano.

La concia presenta una particolarità significativa dal punto di vista dell’economia circolare: la materia prima principale, la pelle grezza, proviene prevalentemente dalla filiera della macellazione.

L’industria conciaria trasforma quindi una risorsa di origine animale in un materiale durevole, destinato a numerose applicazioni produttive.

Questo non significa che il processo conciario sia privo di impatti ambientali.

La lavorazione richiede acqua, energia, prodotti chimici e sistemi di trattamento adeguati. Inoltre genera reflui, fanghi e residui la cui gestione rappresenta una questione tecnologica, economica e ambientale importante.

Proprio per questo la possibilità di recuperare determinati flussi di materia costituisce un ambito di grande interesse.

Durante il confronto sono stati richiamati esempi di valorizzazione di materiali e residui, nonché il ruolo dell’innovazione nei processi produttivi.

Alcuni materiali di origine animale possono essere soggetti anche a discipline specifiche, come quella europea relativa ai sottoprodotti di origine animale. Per questo la scelta del percorso di valorizzazione richiede sempre una corretta qualificazione giuridica e tecnica.

Anche in questo settore non esistono soluzioni universali.

Ogni flusso deve essere studiato in relazione alla propria composizione, ai trattamenti necessari, alle condizioni di sicurezza e ai possibili impieghi finali.

Competitività, innovazione e nuove esigenze del mercato

Un altro tema ricorrente negli interventi degli imprenditori ha riguardato le trasformazioni del mercato e la crescente attenzione alle prestazioni ambientali delle produzioni.

Sono emerse le difficoltà legate alla concorrenza internazionale, ai costi delle attività produttive, alle richieste dei grandi marchi e alla necessità di innovare continuamente.

La sostenibilità non può essere affrontata separatamente dalla competitività.

Un’impresa che investe in processi più efficienti e a minore impatto ambientale può acquisire nuove competenze e migliorare la propria capacità di rispondere alle richieste dei clienti.

Ma questi investimenti devono essere accompagnati da condizioni economiche e organizzative sostenibili.

È emersa anche l’esigenza di una maggiore rapidità nei procedimenti e di un rapporto più efficace tra imprese e istituzioni.

A mio avviso, questo è uno dei punti nei quali il futuro Polo Ambientale potrebbe offrire un contributo importante, favorendo la circolazione delle informazioni, il confronto preventivo e una migliore preparazione dei progetti.

Le difficoltà quotidiane delle aziende: dai residui agroalimentari agli imballaggi

Gli interventi degli imprenditori Nobile Vignola e Rosanna Sellitto hanno ampliato la discussione alle problematiche delle attività produttive del territorio, comprese quelle agroalimentari.

Sono stati richiamati i temi della gestione degli scarti, della valorizzazione dei residui e delle difficoltà legate alla classificazione dei materiali.

In questo campo è particolarmente importante distinguere tra rifiuto, sottoprodotto e prodotto ottenuto dal recupero.

L’articolo 184-bis del D.Lgs. 152/2006 disciplina le condizioni nelle quali un residuo di produzione può essere qualificato come sottoprodotto e non come rifiuto.

La distinzione non dipende semplicemente dal valore economico del materiale, ma dal rispetto di requisiti precisi.

Per un residuo agroalimentare, per esempio, occorre verificare la certezza dell’utilizzo successivo, le caratteristiche del materiale, la possibilità di impiegarlo direttamente senza trattamenti diversi dalla normale pratica industriale e il rispetto di tutte le norme applicabili.

La valorizzazione degli scarti agroalimentari può aprire opportunità nei settori dei fertilizzanti, dei materiali, delle sostanze ad alto valore aggiunto e, in condizioni specifiche, dell’energia.

Ma nessuna destinazione può essere considerata automaticamente possibile senza una verifica tecnica e normativa.

Un altro argomento molto concreto è emerso dall’intervento di Carmine De Maio, rappresentante della FILCTEM-CGIL.

Tra le questioni richiamate vi è stata quella della gestione dei contenitori e dei fusti utilizzati nei processi industriali.

Si tratta di un esempio apparentemente semplice, ma molto efficace per comprendere quanto possa essere articolata la gestione dei rifiuti industriali.

Un contenitore vuoto non è necessariamente un contenitore privo di rischi.

Se presenta residui di sostanze pericolose o risulta contaminato, può richiedere una specifica classificazione e modalità di gestione differenti rispetto a un imballaggio non pericoloso.

Per esempio, nell’Elenco Europeo dei Rifiuti, il codice 15 01 10* identifica gli imballaggi contenenti residui di sostanze pericolose o contaminati da tali sostanze.

La possibilità di recuperare o riutilizzare i contenitori deve quindi essere valutata considerando le caratteristiche degli imballaggi, le sostanze precedentemente contenute e le operazioni necessarie per garantire la sicurezza.

Anche in questo ambito sono possibili economie di scala, accordi tra aziende e soluzioni organizzative condivise.

Ma devono essere costruite su basi tecniche e normative solide.

Il valore della partecipazione dei lavoratori

Ho apprezzato che il confronto non si sia limitato alla dimensione tecnologica e imprenditoriale.

La presenza della rappresentanza sindacale ha ricordato che la transizione ambientale riguarda anche le persone che lavorano nelle aziende.

Le innovazioni possono modificare i processi produttivi, richiedere nuove competenze, introdurre nuove tecnologie e determinare trasformazioni nell’organizzazione del lavoro.

Per questo una transizione realmente sostenibile deve considerare anche la formazione, la sicurezza, le condizioni di lavoro e le prospettive occupazionali.

Il successo di un Polo Ambientale non dovrebbe essere misurato soltanto attraverso i quantitativi di materiali recuperati o i risparmi economici ottenuti.

Dovrebbe essere valutato anche in relazione alla qualità del lavoro, alla capacità di generare nuove competenze e al contributo offerto allo sviluppo del territorio.

Dalla discussione alla realizzazione: da dove cominciare?

Al termine della giornata mi sono chiesto quale potrebbe essere il passo successivo.

La sensazione è che esistano interesse, competenze e disponibilità a confrontarsi.

Ma per trasformare queste condizioni in un progetto servono metodo e continuità.

Il primo obiettivo potrebbe essere la costruzione di un quadro conoscitivo condiviso delle esigenze delle aziende.

Quali materiali vengono prodotti? In quali quantità? Con quali caratteristiche? Quali costi comporta la loro gestione? Quali problemi ambientali o autorizzativi incontrano le imprese? Quali opportunità di recupero sono già disponibili e quali richiedono ricerca?

Soltanto dopo aver risposto a queste domande sarà possibile identificare le priorità.

Occorrerà poi distinguere i servizi attivabili nel breve periodo dalle iniziative che richiedono investimenti e tempi più lunghi.

Un servizio comune di assistenza tecnica potrebbe essere valutato con modalità molto diverse da un impianto sperimentale o industriale.

Allo stesso modo, una collaborazione universitaria basata su tesi e tirocini ha esigenze differenti rispetto a un programma di ricerca pluriennale.

Soprattutto, sarà importante evitare di partire dalla soluzione prima ancora di aver definito il problema.

È un principio che ripeto spesso ai miei studenti.

In ingegneria, prima di scegliere una tecnologia, bisogna conoscere il sistema sul quale si intende intervenire.

Il Polo Ambientale come laboratorio di simbiosi industriale

La prospettiva che considero più interessante è quella di un Polo capace di promuovere la simbiosi industriale territoriale.

L’idea è favorire relazioni attraverso le quali imprese differenti possano condividere servizi, infrastrutture, informazioni e, quando tecnicamente e legalmente possibile, flussi di materiali o energia.

Immagino, per esempio, progetti nei quali le competenze dell’ingegneria chimica, ambientale, alimentare e gestionale possano essere integrate per studiare nuove modalità di valorizzazione dei residui produttivi.

Si potrebbe cominciare attraverso una ricognizione dei flussi, proseguire con la selezione di alcuni casi studio e arrivare alla sperimentazione delle soluzioni più promettenti.

L’Università di Salerno potrebbe contribuire con competenze scientifiche, attività formative e progetti di ricerca, insieme alle altre istituzioni e ai soggetti interessati.

Ogni ipotesi dovrebbe però essere valutata attraverso indicatori misurabili: consumi energetici, emissioni, utilizzo delle risorse idriche, quantità e qualità dei materiali recuperati, costi di investimento e gestione, sicurezza e benefici sociali.

Non sarebbe sufficiente affermare che un processo è circolare.

Bisognerebbe dimostrare che produce effettivamente un miglioramento ambientale.

Il territorio ha bisogno di visione, ma anche di concretezza

A conclusione del convegno è intervenuto Rosario Pingaro, presidente della BCC Capaccio Paestum Serino.

La sua presenza ha confermato il ruolo che il sistema del credito e delle organizzazioni territoriali può svolgere nel favorire il dialogo e accompagnare percorsi di sviluppo.

Il problema, a mio avviso, non è soltanto individuare le risorse economiche, ma creare le condizioni affinché queste risorse possano essere utilizzate attraverso iniziative credibili.

Progetti chiari, competenze adeguate, collaborazione tra soggetti e obiettivi verificabili rappresentano elementi indispensabili.

La sostenibilità non si realizza attraverso un singolo finanziamento o un intervento isolato.

Richiede continuità.

E richiede anche una visione capace di andare oltre le esigenze immediate delle singole organizzazioni.

Una giornata di confronto, un’opportunità da non disperdere

Sono uscito dal Complesso Monumentale di Santa Chiara con alcune riflessioni.

La prima è che Solofra, Montoro e Serino possiedono un patrimonio importante di conoscenze, competenze produttive, esperienze imprenditoriali e professionalità.

La seconda è che le criticità ambientali del comprensorio non possono essere affrontate separatamente dalle prospettive economiche e sociali.

La terza è che un Polo Ambientale potrebbe rappresentare un’opportunità interessante, purché venga costruito con metodo, rigore e partecipazione.

Ma c’è anche un quarto elemento che considero decisivo.

Non dobbiamo confondere il desiderio di realizzare qualcosa con la dimostrazione che quel qualcosa sia realmente utile.

Per questo penso che il percorso debba procedere per gradi: ascolto delle esigenze, raccolta dei dati, definizione delle priorità, studi di fattibilità, ricerca dei finanziamenti, sperimentazioni e valutazione dei risultati.

Senza dimenticare i problemi ambientali che già oggi richiedono attenzione e interventi.

Il futuro non può diventare un alibi per rinviare il presente.

Trasformare i problemi in opportunità: il significato più profondo della sostenibilità

Da molti anni, attraverso Greenopoli, cerco di promuovere una cultura ambientale fondata sulla conoscenza, sulla partecipazione e sulla responsabilità.

Credo che la stessa filosofia possa essere applicata anche ai sistemi industriali.

Quando parliamo di economia circolare non dovremmo pensare soltanto al recupero dei rifiuti, ma a un modo differente di progettare, produrre, collaborare e utilizzare le risorse.

Quando parliamo di sostenibilità non dovremmo limitarci alle tecnologie, ma considerare contemporaneamente l’ambiente, l’economia e le persone.

E quando parliamo di innovazione non dovremmo pensare esclusivamente a nuovi macchinari o processi, ma anche a nuove forme di collaborazione.

L’incontro di Solofra ha rappresentato un’occasione utile per mettere insieme punti di vista differenti e avviare un ragionamento comune.

Adesso la sfida sarà trasformare questo confronto in un percorso concreto.

Non so quale configurazione assumerà il futuro Polo Ambientale del Distretto, né quali progetti potranno essere effettivamente realizzati.

So però che ogni percorso serio deve cominciare dalla capacità di riconoscere i problemi, affrontarli senza pregiudizi e lavorare insieme per individuare le soluzioni migliori.

Perché la vera sostenibilità non consiste nel raccontare un futuro migliore. Consiste nel creare, giorno dopo giorno, le condizioni perché quel futuro possa diventare possibile.

Giovanni De Feo – Mr. Greenopoli

Solofra, 16 ottobre 2026

Credist foto: le foto sono di RSC radio Solofra city