L’8 maggio 2026, nell’Auditorium “Levi Montalcini” del Liceo Scientifico Francesco Severi di Castellammare di Stabia, in occasione del 4° Concorso “Stabiae Green 2026”, non è andato in scena soltanto un incontro dedicato all’ambiente.
È accaduto qualcosa di più profondo.
Qualcosa che aveva a che fare con la memoria, con il sorriso, con l’amore, con il cambiamento.
Con la vita vera.
La locandina parlava di sostenibilità, Agenda 2030, emozioni legate alla natura, racconti e ambiente. Ma, appena entrato in sala, ho capito subito che quel pomeriggio avrebbe avuto un altro ritmo. Un ritmo umano. Un ritmo musicale. Un ritmo da Tùttu-cià!
Poco prima di alzarmi per iniziare il mio intervento, ho preso il mio quaderno, quello pieno di parole, pensieri, riflessioni, amore, felicità, empatia, speranza, sinapsi, cambiamento, Greenopoli, sorrisi, futuro e “love” scritto in tutte le forme possibili, e l’ho affidato a un ragazzo delle scuole medie di nome Stefano.
Accanto a lui c’era il papà.
Gli ho detto semplicemente:
“Scrivi la parola che ti ha colpito di più emotivamente durante il mio intervento.”
E così il quaderno ha iniziato il suo viaggio.
Di mano in mano.
Di emozione in emozione.
Di pensiero in pensiero.
Prima ancora di cominciare, però, avevo già ricevuto un regalo enorme.
A salutarmi era arrivato Eduardo, un mio ex allievo di oltre vent’anni fa, dei tempi in cui insegnavo Fenomeni di Inquinamento a Ingegneria Ambientale. Era insieme alla moglie, insegnante proprio del giovane Stefano.
Eduardo si è meravigliato che mi ricordassi di lui.
Ma come si fa a non ricordarsi di un proprio allievo?
Ci sono studenti che restano dentro.
Per sempre.
E ancora di più mi ha emozionato sentirgli dire che, quando fa ripetizioni ai ragazzi, usa ancora oggi la tecnica che gli avevo insegnato per controllare la correttezza delle unità di misura.
Vent’anni dopo.
Ancora lì.
Ancora viva.
In quel momento ho pensato che forse educare significa proprio questo: lasciare piccole tracce invisibili che continuano a camminare nelle vite degli altri senza che nemmeno tu te ne accorga.
Quando ho preso il microfono, ho iniziato spiegando alla sala che il mio quaderno stava viaggiando tra tutte le persone presenti e che mi sarebbe dovuto tornare soltanto alla fine, dopo che tutti avessero scritto almeno una parola.
Una parola sola.
Ma vera.
Ed è stato bellissimo.
Perché in quelle pagine sono comparsi “amore”, “sorriso”, “felicità”, “empatia”, “cambiare”, “educazione”, “futuro”, “green”, “serenità”, “comunicazione”, “cultura”, “ambiente”, “terra casa di tutti”, “riconoscenza”, “allegria”, “figlio”, “fiore”, “musicale”, “ritmo”, “passione”, “valore”, “noi stessi”.
Qualcuno ha scritto “love”.
Qualcuno “speranza”.
Qualcuno “cambia-menti”.
Qualcuno “la mia professione è essere un essere umano”.
E forse dentro quella frase c’era tutto.
Poi è iniziato il viaggio musicale di Greenopoli.
Sono partito dal “Piccolo rap della conoscenza”, con il mio solito code mixing tra italiano, inglese, ritmo, battute, domande, provocazioni e sorrisi.
E come sempre, pian piano, la sala ha iniziato a battere le mani.
Siamo passati per “Ambiente rap”, per la fionda, per gli aneddoti, per gli errori che insegnano più delle perfezioni, per le risate condivise, per le improvvisazioni nate in quel momento.
Perché Greenopoli non è mai una semplice lezione.
È connessione.
È relazione.
È entusiasmo.
È partecipazione.
Ed è incredibile vedere come ragazzi, docenti, genitori e adulti, dopo pochi minuti, inizino tutti a parlare la stessa lingua: quella dell’energia positiva.
Fino ad arrivare al finale.
“È tempo di cambiare!”
Il finale de “Il brutto rap dei rifiuti”.
E allora l’auditorium si è trasformato in un unico battito collettivo.
Tùttu-cià!
Tùttu-cià!
Tùttu-cià!
Mani che battevano insieme.
Persone entusiaste.
Ragazzi sorridenti.
Docenti divertiti.
Occhi attenti.
E in quel momento ho avuto la sensazione fortissima che educare significhi soprattutto creare emozione.
Perché senza emozione non c’è memoria.
Senza memoria non c’è cambiamento.
E senza cambiamento non può esistere futuro.
Alla fine il quaderno è tornato da me.
Pieno.
Pieno di parole.
Pieno di umanità.
Pieno di piccoli frammenti di persone.
E proprio alla fine del mio intervento è arrivata un’altra emozione inattesa: il Garden Club Stabiae mi ha consegnato una targa come segno di gratitudine per la partecipazione al IV Concorso “Nadio De Rosa”.
Un gesto semplice, elegante, sincero.
Uno di quei momenti che ti fanno fermare per un istante e riflettere sul senso profondo del proprio lavoro.
Perché i riconoscimenti fanno piacere, certo.
Ma ancora di più emoziona sentire che ciò che fai riesce a lasciare qualcosa nelle persone.
E non è finita lì.
Alle scuole vincitrici del concorso è stata regalata anche una copia del mio libro “Tùttu-cià!”, quasi a voler continuare quel viaggio iniziato insieme nell’auditorium.
Un passaggio di testimone.
Un invito a continuare.
A cambiare.
A educare.
A sorridere.
Guardando il quaderno pieno di parole e la targa ricevuta, ho pensato che forse la cosa più bella di Greenopoli sia proprio questa: ricordarci continuamente che la sostenibilità non nasce dai contenitori della raccolta differenziata.
Nasce dalle relazioni.
Dal rispetto.
Dall’empatia.
Dal sorriso dei ragazzi.
Dal coraggio di cambiare.
Dalla capacità di ascoltare.
Dalla felicità condivisa.
Nasce dall’amore.
E allora sì.
Forse aveva ragione quella parola scritta a caratteri enormi nel quaderno consegnato a Stefano:
GRAZIE.






