Un viaggio nell’ingegneria dell’antica Roma insieme a studiosi internazionali di archeologia, storia, geoarcheologia e sistemi idrici
Come facevano i Romani, duemila anni fa, a costruire acquedotti lunghi centinaia di chilometri, capaci di superare vallate, attraversare territori complessi e, soprattutto, resistere per secoli?
È la domanda da cui parte un recente approfondimento di Live Science, una delle più note testate internazionali di divulgazione scientifica, dal titolo How did the Romans build their towering aqueducts?.
E tra gli studiosi interpellati per rispondere c’è anche Giovanni De Feo, professore dell’Università degli Studi di Salerno e, per gli amici di questa Green Smiling Revolution, Mr Greenopoli. Nell’articolo Live Science lo presenta come professor of industrial engineering at the University of Salerno.
La cosa che rende particolarmente interessante questa esperienza è il carattere fortemente interdisciplinare dell’approfondimento. Per ricostruire il segreto degli acquedotti romani, il giornalista Owen Jarus ha infatti raccolto i contributi di studiosi provenienti da università e ambiti scientifici diversi.
C’è Ann Olga Koloski-Ostrow della Brandeis University, archeologa e studiosa della tecnologia, dell’igiene e dei sistemi idrici dell’antica Roma. C’è Harry B. Evans della Fordham University, specialista di topografia romana e autore di un intero volume sulla distribuzione dell’acqua nell’antica Roma. C’è Gerda de Kleijn della Radboud University, autrice di una fondamentale monografia sull’approvvigionamento idrico della città di Roma. E c’è Cees Passchier della Johannes Gutenberg University Mainz, geologo e geoarcheologo che studia gli acquedotti romani attraverso le incrostazioni carbonatiche depositate dall’acqua nel corso del tempo. A loro si aggiunge Joseph Lewis dell’Università di Cambridge, archeologo specializzato nello studio quantitativo delle infrastrutture e delle reti romane.
Archeologia, storia, geologia, topografia, ingegneria: discipline differenti chiamate a leggere la stessa straordinaria infrastruttura.
Ed è proprio qui che entra in gioco il contributo di Mr Greenopoli.
Uno dei temi affrontati riguarda la sorprendente durata delle opere romane. De Feo sottolinea il ruolo importante svolto dal calcestruzzo romano, in particolare nella realizzazione di ponti, arcate e altri elementi strutturali. Quel materiale, prodotto utilizzando anche materiali pozzolanici insieme a calce e acqua, contribuì alla straordinaria resistenza di molte costruzioni.
Ma il materiale, da solo, non basta a spiegare duemila anni di storia.
Nel secondo intervento riportato da Live Science, De Feo evidenzia infatti qualcosa che agli occhi di un ingegnere ambientale è forse ancora più affascinante: la durabilità è il risultato di un sistema.
I Romani sceglievano con attenzione i percorsi degli acquedotti, cercando condizioni geologiche stabili, e sottoponevano le opere a manutenzione periodica. In molti casi questa manutenzione continuò persino nel Medioevo, contribuendo alla sopravvivenza delle infrastrutture fino ai nostri giorni.
E qui, inevitabilmente, viene fuori un pezzetto di Greenopoli.
Perché la sostenibilità non è soltanto costruire qualcosa con un materiale apparentemente “buono”. Significa progettare bene, scegliere bene, usare bene e manutenere bene.
Significa ragionare sul ciclo di vita.
I Romani naturalmente non parlavano di Life Cycle Thinking, LCA o economia circolare. Ma osservare oggi le loro infrastrutture ci ricorda una verità semplicissima: un’opera progettata per durare, mantenuta nel tempo e adattata alle caratteristiche del territorio utilizza meglio le risorse di una soluzione pensata soltanto per il presente.
E c’è un’altra lezione.
Un acquedotto romano non era necessariamente quella spettacolare sequenza di archi che tutti abbiamo negli occhi. Moltissimi tratti correvano sottoterra; altri seguivano il profilo naturale del terreno con pendenze minime, accuratamente determinate dai tecnici dell’epoca. L’acqua avanzava principalmente grazie alla gravità, senza pompe e senza l’energia che oggi associamo al trasporto idrico.
Tecnologia, conoscenza del territorio, materiali, manutenzione.
Duemila anni dopo continuiamo a parlare delle stesse cose.
Forse con strumenti diversi, certamente con conoscenze scientifiche enormemente maggiori, ma sempre con la stessa domanda di fondo:
come possiamo soddisfare i nostri bisogni utilizzando bene le risorse e facendo durare ciò che costruiamo?
Questa volta Mr Greenopoli è andato molto indietro nel tempo per cercare qualche risposta.
Più o meno… duemila anni! 😉🌱
Tùttu-cià!
Fonte
Owen Jarus, How did the Romans build their towering aqueducts?, Live Science, 5 settembre 2026. Edited by Laura Mondragón and Tia Ghose.
Leggi l’articolo originale su Live Science
